CAPITOLO X
Lilian apprezzava gli sforzi del marito, ma non riusciva a darsi pace, non era l’uomo che voleva. Raju era bravo, ma lei non lo amava. I giorni passavano, lei sperava di abituarsi pian piano ma non ci riusciva, stava cadendo in depressione.
Decise di parlarne con un sacerdote. Andò alla chiesa di san Francesco Saverio e pregò in attesa dell’arrivo di un sacerdote. Dopo una decina di minuti vide entrare dalla porta centrale un giovane con la talare bianca, si avvicinò e chiese: “Padre ha un po’ di tempo per me? Vorrei parlare e forse anche confessarmi”.
“Certo, si accomodi, preferisce qui o nel mio studio?”
“Forse lo studio è più appropriato”.
Si avviarono verso la sacrestia, da lì in un corridoio fino alla terza porta a destra. Il giovane aprì lo studio e la fece accomodare. Era una stanza arredata molto semplicemente: una cattedra ordinata, una piccola scaffalatura con dei libri e due poltroncine. Lilian si sedette su una di esse ed il sacerdote sull’altra.
“Vede, padre, io sono sposata da un anno ma non sono per niente felice. Mio marito non fa niente di male, anzi è gentile e generoso, ma semplicemente non lo amo. È più forte di me, non so cosa fare. Io l’ho sposato per accontentare mio padre, ma non lo avevo mai visto prima. Mi sforzo di fargli trovare la casa in ordine, la cena pronta, ma non posso continuare a mentire per tutta la mia vita”.
“Lei ha detto che suo padre l’ha obbligata a sposarsi, ma perché?”
“Anni fa mio padre voleva che facessi carriera e mi sposassi. Io rifiutai ed insistetti di voler diventare suora. Lo sono stata per tre anni, poi ho compreso che non era la mia vocazione e sono uscita. Mio padre non ha accettato il cambiamento, per questioni di onore, dice lui, e ha insistito sul matrimonio”.
“Credo di avere capito: il cambiamento di stile di vita dal convento ad essere una moglie non è stato facile. Ma mi dica, cosa faceva quando era suora?”
“Insegnavo in una scuola elementare”.
“E le piaceva?”
“Sì. La ragione per cui ho lasciato non è stato il tipo di apostolato, ma il non comprendere più il valore della vita comunitaria e dei voti. All’improvviso mi sono sembrati un ostacolo insormontabile al mio desiderio di aiutare gli altri”.
“Naturalmente da quando è tornata a casa non ha più trovato occasione di adempiere a questo suo desiderio e quindi si trova in un ambiente che è peggiore del convento, vero?”
“Sì, ha ragione. Ma mio marito è induista, anche se mi lascia libera di agire, troverebbe difficile capire perché io voglia sprecare il mio tempo da volontaria in una casa di carità”.
“Se non capisce il significato del lavoro volontario, faccia le stesse cose come professione. Può giustificarsi dicendo che ha bisogno di sentirsi realizzata nel lavoro per il quale si è preparata. Ho qui qualche cosa che fa al caso tuo. In una zona povera di periferia stanno aprendo una scuola nuova e hanno bisogno di insegnanti. Posso scriverle una lettera di raccomandazione con la quale presentarsi al sacerdote incaricato perché la assuma”.
“La ringrazio, padre, sarebbe bellissimo”.
Il sacerdote trasse dal cassetto un foglio da lettera intestato e poi scrisse: Rev. Padre Joseph Tiruvalli, parrocchia Maria Madre della Terra Promessa, Balajinagar.
Quando Lilian prese in mano la lettera e lesse l’indirizzo sbiancò in volto. Il sacerdote intervenne: “Qualcosa non va, signora? Forse la spaventa Balajinagar?”
“No, no, non è niente, sono convinta che andrà benissimo”.
Mise la lettera in borsa e salutando si avviò fuori. La provvidenza non l’aveva abbandonata, non solo aveva ritrovato il suo lavoro, ma aveva ritrovato anche Joseph. Lui l’avrebbe di sicuro aiutata.
Intanto Joseph aveva deciso di andare a vedere il famoso Centro civico di sviluppo. Il complesso era circondato da un’alta muraglia per impedire di vedere cosa vi fosse all’interno. A prima vista sembrava coprire un’area molto grande, il che significava che il padrone aveva un bel po’ di soldi nonostante abitasse in Balajinagar. Suonò il campanello e due uomini con aria da guardie aprirono. Dietro casa si sentivano latrare dei cani.
“Buongiorno, desidera qualcosa?”
“Vorrei parlare col signor Digal, se è possibile”.
“Chi devo annunciare?”
“Padre Joseph”.
Uno si avviò verso l’edificio centrale mentre l’altro rimase col sacerdote vicino al portone. Sulla sinistra sorgeva una lunga costruzione simile ad un auditorium o ad un salone, mentre sulla destra c’erano una serie di stanze schierate con accesso su un portico.
“Quindi questo sarebbe il centro civico di sviluppo. Che tipo di attività vi svolgete?” chiese Joseph per rompere il ghiaccio. Il guardiano, senza mutare il suo atteggiamento guardingo rispose: “Ci occupiamo degli interessi dei nostri clienti”.
“Ma che tipo di interessi?”
“Tutti, materiali e spirituali”, rispose non riuscendo a trattenere una risata; poi aggiunse: “Vedrà che riusciremo ad occuparci anche dei suoi”.
L’altro guardiano si affacciò dalla porta e disse: “OK, fallo entrare”.
Accompagnarono il prete in una stanza vicino all’ingresso e dissero: “Il signor Digal è momentaneamente occupato, ma sarà da lei fra un quarto d’ora”.
Il quarto d’ora durò cinquanta minuti ma alla fine invitarono il sacerdote verso una porta in legno massiccio. Joseph non potè non rimanere sorpreso: era in teak massiccio, scolpita con figure classiche prese dalla mitologia induista o dal Kama Sutra; doveva essere costata tantissimo. Anche l’ufficio era ampio ed elegante, con l’aria condizionata.
“Si accomodi, padre, finalmente ha mantenuto la sua promessa ed è venuto a visitarci. A quanto pare lei è un tipo mattiniero. Gradisce una sigaretta?”
“No grazie, non fumo. A dire il vero sono arrivato alle undici ed ora è mezzogiorno, il mattino è già finito”.
“Non per quelli come noi che sono impegnati in riunioni fino alle cinque. Sa, abbiamo sempre molti affari da trattare”.
“Congratulazioni per il suo ufficio, eccezionale per chi vive in una zona dove la casa più grande è metà di questa stanza e nessuno ha l’elettricità”.
“Con un po’ di sacrificio si ottiene tutto. Ma veniamo a noi, in che cosa posso esserle utile?”
“Vede, Mr. Digal, so che lei non è mai stato in favore della scuola che stiamo costruendo, ma ormai il tempo dell’inaugurazione è vicino e vorremmo il suo appoggio per garantire che per quel giorno le cose siano finite”.
“E perché è venuto da me?”
“A quanto dice la gente, neppure Gesù Cristo può fare i miracoli in Balajinagar senza il suo benestare”.
Digal scoppiò a ridere: “Devo ammettere che il suo senso dell’umore è buono, come il coraggio con cui finora ha portato avanti i lavori. Ma mi dica, perché dovrei accontentarla?”
“Perché quel giorno ci sarà molta gente, anche da fuori Balajinagar, e nel discorso dovrò ringraziare chi ha appoggiato e reso possibile la costruzione, nonostante le difficoltà causate da chi ha interessi contrari. Ora tocca a lei decidere da che parte stare”.
“Il discorso è interessante, ma non può essere sufficiente; di discorsi generali se ne leggono dappertutto e francamente parlando, ognuno li interpreta come vuole e il giorno dopo li dimentica. Lei mi prepari un posto a sedere tra le autorità nella cerimonia inaugurale e io farò in modo che il lavoro sia concluso, l’edificio ripulito e decorato senza problemi”.
“Non le sembra di chiedere un po’ troppo? Sarebbe come dire a tutti che noi accettiamo e approviamo tutto il suo operato”.
“Questo dipende da lei. Quella sedia mi tocca di diritto perché dopotutto qui l’autorità sono io e non il sindaco o il governatore”.
“L’autorità suprema è Dio e nessuno di noi”.
“Cosa pensano lassù in cielo sono affari suoi, padre, pensi lei a risolverli. A me importano gli affari di qui. Ci pensi e mi faccia avere la risposta. Non aspetti troppo, però, il tempo stringe”.
Joseph si alzò irritato e si diresse verso la porta, poi con un po’ di ironia disse: “Comunque grazie, e arrivederci”.
“A presto, padre”, concluse Digal, e la porta si chiuse tra i due.
Joseph tornò alla parrocchia arrabbiato. Non sapeva ancora esattamente quali fossero gli affari di Digal ma di sicuro non c’era niente di buono e non poteva immischiarsi con lui, a costo di veder fallire tutto il suo progetto. Appena entrato in chiesa notò che il vicino era in cortile intento a tagliare della legna. Era un bravo cristiano e per un po’ di tempo aveva anche servito nella polizia. “Forse lui mi può illuminare su chi sia Digal”, pensò tra sé e si avvicinò.
“Salve, padre, venga a prendere un po’ di tè” disse il vicino facendo segno alla figlia di correre a prepararlo. Joseph si sedette di fronte a lui e iniziò: “Sudheer, se non sbaglio tu una volta lavoravi nella polizia. Cosa mi sai dire di Digal?”
“Che è una brutta gatta da pelare; più ne sta alla larga, meglio è”.
“E se non posso?”
“Allora ha bisogno di fare degli straordinari di preghiera. Io ho perso il lavoro per causa sua. Un giorno ho arrestato uno degli scagnozzi di Digal con l’accusa di violenza su minore. Il giorno dopo trovarono della droga in casa mia e fui arrestato. Il mio superiore disse che sapeva della mia innocenza, me che l’unico modo per uscirne era che ritirassi l’accusa e lasciassi il posto di lavoro, allora anche loro avrebbero cancellato la mia imputazione. Così mi sono trovato in mezzo alla strada”.
“Ma cosa fa di preciso?”
“Di sicuro controlla tutto il traffico dei camion che vengono a scaricare i rifiuti, e di quelli che vengono a caricare la merce da riciclare imponendo loro delle tangenti da pagare. Nel suo centro c’è un locale notturno con vendita di alcolici e programmi di striptease, probabilmente legato a quello c’è sfruttamento di prostituzione femminile e minorile e quasi sicuramente tutto serve a coprire un gran traffico di droga”.
“Molto più di quanto credessi”, disse Joseph con un sospiro. “Che fare? Lui vuole un posto in prima fila all’inaugurazione della scuola”.
“Auguri, padre, ne avrà molto bisogno perché in qualunque caso corre dei grossi rischi. Segua la sua coscienza e Dio la protegga. Per il momento si consoli con questo tè”.
Alla sera, cercando di dimenticare le vicende della giornata, Joseph si trovava sul balcone del primo piano intento a leggere il giornale. Agostino gli si avvicinò. “Senti, c’è qui una certa signora Manju Prakash che vuole vederti. La manda il parroco della cattedrale per quella richiesta di insegnanti per la nostra scuola”.
“Se mai riusciremo ad avere una scuola”, rispose Joseph ridendo, “vengo subito”. Prakash, dove aveva già sentito questo nome? In quei mesi, passando da un ufficio all’altro aveva incontrato tante persone ed era probabile che qualcuna di esse si chiamasse così. Eppure c’era un qualcosa di familiare che non riusciva a mettere a fuoco. Scese nella sala e si diresse verso la signora che gli voltava le spalle intenta a guardare una fotografia appesa al muro.
“Buongiorno, sono padre Joseph. Prego si acc....” La parola gli si bloccò a metà. Al saluto la signora si era girata verso di lui incontrandone lo sguardo. Lilian? No non è possibile, Lilian è una suora ed è a tremila chilometri da qui. Eppure è lei, ma Agostino ha detto Manju. Forse è la sorella o una cugina. Tutti questi pensieri affollarono la sua mente in un attimo di smarrimento. Lilian si accorse dell’imbarazzo dell’amico e disse: “Che succede? Non mi riconosci più?”. Era proprio lei. Erano poco più di due anni che l’aveva lasciata e nelle turbolenze dell’ultimo anno si era quasi dimenticato di lei. Ma rieccola più bella che mai. Il sari chiaro fiorito e la maglietta nera mettevano in risalto la sua bellezza molto più che l’abito religioso, rendendola più longilinea e più alta. “Lilian, santo cielo, sei proprio tu, Temevo non ti avrei mai più rivista. Ma cos’è avvenuto? Perché hai detto di chiamarti Manju?”
“Joseph, caro”, rispose lei cercando di sottolineare con dolcezza quell’ultima parola, “Ho lasciato il convento oltre un anno fa. Non me la sentivo più di rimanere legata senza poter gestire i miei sentimenti e col terrore di commettere degli sbagli. Ti ricordi del mio desiderio di servire i bambini poveri? Eccomi qua: prendimi nella tua scuola”.
“Senza dubbio. Ma dimmi un po’: dove vivi, che fai?”. Joseph sentiva dentro di sé imbarazzo e avrebbe voluto parlare tanto, sentire tanto ma la sua mente era bloccata. Lilian era lì e non era più una suora, allora era libera: già! lei stessa aveva usato questa parola. Lei ... “Calma Joseph”, disse a se stesso, “controlla i tuoi sentimenti. Chissà cosa vuole lei, forse niente di tutto quello che la tua immaginazione sta creando, non l’ha mai voluto neanche prima. E poi in questo momento uno scandalo è l’ultima cosa di cui hai bisogno”.
Lilian non voleva rivelare la sua situazione, non subito, aveva bisogno di valutare i tempi, i modi, non voleva la pietà di Joseph ma il suo aiuto, la sua presenza. “Passo in casa molto del mio tempo, ho bisogno di quel posto per tirarmi fuori, per sentirmi utile”.
“Papà e mamma come hanno preso la tua scelta?”
“Molto male, ma questa è una lunga storia che ti racconterò un’altra volta”.
“Senti, Lilian, io ti posso promettere il lavoro e tanta possibilità di fare del bene, ma non il successo della carriera. La scuola che sto costruendo è nella zona peggiore di tutta l’Orissa, i bambini arriveranno malati, non educati, stanchi, discontinui. Anche le strutture saranno molto povere, in compenso le classi strapiene, mille miglia di distanza dalla tua scuola di Bangalore. Insomma poca gloria e tanto lavoro. Te la senti?”
“Questa è la mia occasione e se tu mi starai al fianco, se non scapperai come hai fatto due anni fa, ce la faremo”.
“Grazie della tua disponibilità, Lilian”.
“Grazie a te”, e detto questo uscì.
Era ritornata a fare parte della sua vita, e proprio nel momento più difficile. Forse era un segno? Forse era un dono di Dio che lo incoraggiava a continuare con la scuola?
“Quando ami qualcuno devi dargli la libertà di andarsene. Se l’amore è vero tornerà da te” gli aveva detto Joel citando Khalil Gibran; lui era uscito dalla vita di Lilian lasciandola libera ed ora essa era tornata.
“Sembra che vi conosciate bene?!”, disse Agostino entrando nella sala.
“Sì, Lil…hem la signora Prakash insegnava in una scuola di Bangalore, vicino la nostra casa. Era una suora di voti temporanei. Ora ha deciso di lasciare, ma il desiderio di insegnare è rimasto vivo in lei. Se lo farà con la stessa dedizione con cui lo faceva a Bangalore ci sarà di molto aiuto”.
“Hai più ripensato alla questione di Digal? Che intenzioni hai?”
“Non possiamo rischiare. Coinvolgere la nostra immagine con quella di un criminale potrebbe aiutare a finire l’edificio, ma alla fine ci rovinerà. Dobbiamo rischiare e cercare di fare senza di lui, e Dio ce la mandi buona”.