mercoledì 22 agosto 2007

Capitolo XI Paure

CAPITOLO XI

Joel era venuto a conoscenza della partenza di Lilian e sentiva dentro di sé che presto lei e Joseph si sarebbero incontrati. Questo poteva essere un pericolo per Joseph ma al tempo stesso la spinta finale per una piena maturazione affettiva.

Non voleva forzare gli eventi rivelando a Joseph la notizia, dopotutto forse nulla sarebbe successo, ma al tempo stesso voleva metterlo in guardia, dargli un ultimo insegnamento. Si rendeva conto che per lui il tempo stringeva.

Prese la penna e cominciò a scrivere:

Mio amato Joseph, stavolta tocca a me augurarti la pace.

Forse troverai strano quello che ti sto scrivendo, e forse ti chiederai come mai lo faccia. Non lo so bene neppure io. Forse è perché sto invecchiando e vedendo i miei pulcini abbandonare il nido comincio a temere per loro. Perdonami!

Ho riflettuto molto sull’ultima lettera che mi hai mandato. In essa tu mi avevi accennato al fatto che alcune volte avevi avuto il desiderio di una persona, una donna con cui condividere le tue lotte e le tue speranze. Finora non avevi mai avuto dubbi sulla tua vocazione, vero? E allora quando hai deciso di consacrarti che scelta hai fatto? Hai scelto tra il fare il prete e il fare il prete; cioè non hai scelto. Ora cominci a conoscere l’altra parte, anche se sei ancora ben lontano dal capire cosa essa sia esattamente. Sei fortunato, ora puoi scegliere di seguire Cristo sapendo che stai rinunciando a qualcosa d’altro che ami pure. La scelta è tua e Cristo non ti impone la sua soluzione. Forse mi chiederai, ma è mai possibile l’amore puro tra un uomo e una donna? Ebbene sì, è possibile, ma ti crocifigge. Ricordati solo una cosa: non importa quanto forte sia il tuo amore per una persona, quello per Dio deve sempre essere un passo più avanti. Così non fallirai mai”.

Qui Joel si fermò quasi dubitando delle sue stesse parole, poi prese la lettera e la stracciò. Quanto aveva ricevuto dal suo rapporto con Ananda, ma quanto vi aveva sofferto. La mente tornò là.

Ananda e Joel fecero del loro meglio per trovare forme alternative di incontro. Alcune volte si trovavano in casa di lei, nel parlatorio davanti al quale passavano le altre suore, altre volte in parrocchia e portavano sempre dei libri come copertura per i curiosi o i maligni, affinché pensassero che dovevano preparare degli incontri; altre volte Joel passava nel suo ufficio, tante volte si telefonavano; cercavano modi per poter parlare privatamente ma senza che nessuno potesse dire niente. Sapevano benissimo entrambi che il diavolo se non fosse riuscito a rovinare il loro rapporto tramite la passione, avrebbe tentato tramite la gelosia e il pettegolezzo degli altri. Però spesso non poterono rinunciare a degli incontri più riservati dove tornare a scambiarsi i dolci baci. Ananda diceva: “Vedi quanto bene ci vuole il Signore? Tramite te ho imparato delle cose che mai avrei sognato, ed oggi ancora Dio ci dà la possibilità di vederci”.

Joel era meno ottimista: “Sì ma quanto tempo durerà? Quanto passerà prima che qualcuno ci scopra? Prima che ricadiamo nello sbaglio dell’altra volta? Il nostro attaccamento, il bisogno di incontrarci è andato crescendo sempre più. E quando tutto questo dovrà finire che faremo? Saremo capaci di rimanerne senza?”.

Lei rispondeva serena: “Questo incontro è dono del Signore. Quando saremo mandati da altre parti vivremo là con lo stesso atteggiamento di abbandono in Lui. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il suo nome”.

Un giorno un’amica di Joel venne in visita da Lucerna. Durante la sua permanenza si confidò circa la crisi che stava vivendo. Essa era sposata; il suo matrimonio non era felice e lei si era innamorata di un altro. Non voleva assolutamente perdere l’amico, ma data la posizione che rendeva impossibile un nuovo matrimonio, i due avevano iniziato una relazione segreta. Joel fece di tutto per farle capire che quello che sosteneva la loro relazione, era solo la passione, ma non era ancora vero amore perché non teneva presente la situazione dell’altro. Lei era sposata e con famiglia e lui era credente e avrebbe desiderato un matrimonio in regola. La cosa era difficile da far capire alla ragazza accecata dal desiderio. Come ultima arma, Joel svelò all’amica l’esperienza che ebbe in Thailandia.

Quando Joel narrò ad Ananda la situazione e il dialogo che aveva avuto con Lorenne, lei si infuriò: “Non ti rendi conto dello sbaglio che hai fatto? Lei è venuta da te perché sapeva di trovare un sacerdote capace di consigliarla e tu ti sei svenduto. Voleva dei consigli e tu gli hai fatto capire che sei peggio di lei. Ai suoi occhi tu non sei più un sacerdote capace di aiutarla ma un povero compagno di viaggio. Cosa pensavi di ottenere? Forse di farti compatire, di staccarla da Alfred attirandola a te? Mi spiace, Joel, hai sbagliato tutto”.

Il sacerdote rimase ferito da quella reazione inaspettata. Lui non aveva cercato la compassione di alcuno, ma non voleva vendere ricette prefabbricate. La cosa che più odiava nel suo ministero era che la gente continuasse a vedere in lui il prete e dimenticasse l’uomo. Era un farmacista dello spirito, un supereroe tutto dono e niente debolezze. Non aveva mai accettato questa parte. Non gli interessava cosa gli altri pensassero di lui, gli bastava che capissero che lui li accompagnava nel cammino. Rispose con voce sommessa: “Conosco Lorenne da tanti anni, le sono molto affezionato e voglio che lei sappia di avere un amico su cui contare, non un dizionario di ricette magiche da consultare. Io non sono uno psicologo che può aiutarla a scoprire dove stanno gli sbagli o un santone che con una magia glieli lavi via, ma uno che può dirle che se vuole può sempre rialzarsi dopo ogni errore, purché creda in se stessa e in dove vuole arrivare, e io sarò là al suo fianco”.

Ananda era turbata e non riusciva ad accettare che il suo uomo si fosse abbassato così. Forse lo considerava troppo suo? O forse lo voleva troppo perfetto? Soggiunse: “E se servisse, tu gli racconteresti anche di noi?”.

“No amore”, replicò il sacerdote, “ho parlato di Jessy senza farne il nome perché si tratta di una storia finita da tempo, in un paese lontano, di una persona che non conoscerà mai, neppure se si recasse là, e soprattutto l’ho raccontato a Lorenne perché so che può capire. A nessun altro lo racconterei. Non metterei mai a rischio la tua posizione e neppure la mia”.

martedì 21 agosto 2007

capitolo X Compromessi

CAPITOLO X

Lilian apprezzava gli sforzi del marito, ma non riusciva a darsi pace, non era l’uomo che voleva. Raju era bravo, ma lei non lo amava. I giorni passavano, lei sperava di abituarsi pian piano ma non ci riusciva, stava cadendo in depressione.

Decise di parlarne con un sacerdote. Andò alla chiesa di san Francesco Saverio e pregò in attesa dell’arrivo di un sacerdote. Dopo una decina di minuti vide entrare dalla porta centrale un giovane con la talare bianca, si avvicinò e chiese: “Padre ha un po’ di tempo per me? Vorrei parlare e forse anche confessarmi”.

“Certo, si accomodi, preferisce qui o nel mio studio?”

“Forse lo studio è più appropriato”.

Si avviarono verso la sacrestia, da lì in un corridoio fino alla terza porta a destra. Il giovane aprì lo studio e la fece accomodare. Era una stanza arredata molto semplicemente: una cattedra ordinata, una piccola scaffalatura con dei libri e due poltroncine. Lilian si sedette su una di esse ed il sacerdote sull’altra.

“Vede, padre, io sono sposata da un anno ma non sono per niente felice. Mio marito non fa niente di male, anzi è gentile e generoso, ma semplicemente non lo amo. È più forte di me, non so cosa fare. Io l’ho sposato per accontentare mio padre, ma non lo avevo mai visto prima. Mi sforzo di fargli trovare la casa in ordine, la cena pronta, ma non posso continuare a mentire per tutta la mia vita”.

“Lei ha detto che suo padre l’ha obbligata a sposarsi, ma perché?”

“Anni fa mio padre voleva che facessi carriera e mi sposassi. Io rifiutai ed insistetti di voler diventare suora. Lo sono stata per tre anni, poi ho compreso che non era la mia vocazione e sono uscita. Mio padre non ha accettato il cambiamento, per questioni di onore, dice lui, e ha insistito sul matrimonio”.

“Credo di avere capito: il cambiamento di stile di vita dal convento ad essere una moglie non è stato facile. Ma mi dica, cosa faceva quando era suora?”

“Insegnavo in una scuola elementare”.

“E le piaceva?”

“Sì. La ragione per cui ho lasciato non è stato il tipo di apostolato, ma il non comprendere più il valore della vita comunitaria e dei voti. All’improvviso mi sono sembrati un ostacolo insormontabile al mio desiderio di aiutare gli altri”.

“Naturalmente da quando è tornata a casa non ha più trovato occasione di adempiere a questo suo desiderio e quindi si trova in un ambiente che è peggiore del convento, vero?”

“Sì, ha ragione. Ma mio marito è induista, anche se mi lascia libera di agire, troverebbe difficile capire perché io voglia sprecare il mio tempo da volontaria in una casa di carità”.

“Se non capisce il significato del lavoro volontario, faccia le stesse cose come professione. Può giustificarsi dicendo che ha bisogno di sentirsi realizzata nel lavoro per il quale si è preparata. Ho qui qualche cosa che fa al caso tuo. In una zona povera di periferia stanno aprendo una scuola nuova e hanno bisogno di insegnanti. Posso scriverle una lettera di raccomandazione con la quale presentarsi al sacerdote incaricato perché la assuma”.

“La ringrazio, padre, sarebbe bellissimo”.

Il sacerdote trasse dal cassetto un foglio da lettera intestato e poi scrisse: Rev. Padre Joseph Tiruvalli, parrocchia Maria Madre della Terra Promessa, Balajinagar.

Quando Lilian prese in mano la lettera e lesse l’indirizzo sbiancò in volto. Il sacerdote intervenne: “Qualcosa non va, signora? Forse la spaventa Balajinagar?”

“No, no, non è niente, sono convinta che andrà benissimo”.

Mise la lettera in borsa e salutando si avviò fuori. La provvidenza non l’aveva abbandonata, non solo aveva ritrovato il suo lavoro, ma aveva ritrovato anche Joseph. Lui l’avrebbe di sicuro aiutata.

Intanto Joseph aveva deciso di andare a vedere il famoso Centro civico di sviluppo. Il complesso era circondato da un’alta muraglia per impedire di vedere cosa vi fosse all’interno. A prima vista sembrava coprire un’area molto grande, il che significava che il padrone aveva un bel po’ di soldi nonostante abitasse in Balajinagar. Suonò il campanello e due uomini con aria da guardie aprirono. Dietro casa si sentivano latrare dei cani.

“Buongiorno, desidera qualcosa?”

“Vorrei parlare col signor Digal, se è possibile”.

“Chi devo annunciare?”

“Padre Joseph”.

Uno si avviò verso l’edificio centrale mentre l’altro rimase col sacerdote vicino al portone. Sulla sinistra sorgeva una lunga costruzione simile ad un auditorium o ad un salone, mentre sulla destra c’erano una serie di stanze schierate con accesso su un portico.

“Quindi questo sarebbe il centro civico di sviluppo. Che tipo di attività vi svolgete?” chiese Joseph per rompere il ghiaccio. Il guardiano, senza mutare il suo atteggiamento guardingo rispose: “Ci occupiamo degli interessi dei nostri clienti”.

“Ma che tipo di interessi?”

“Tutti, materiali e spirituali”, rispose non riuscendo a trattenere una risata; poi aggiunse: “Vedrà che riusciremo ad occuparci anche dei suoi”.

L’altro guardiano si affacciò dalla porta e disse: “OK, fallo entrare”.

Accompagnarono il prete in una stanza vicino all’ingresso e dissero: “Il signor Digal è momentaneamente occupato, ma sarà da lei fra un quarto d’ora”.

Il quarto d’ora durò cinquanta minuti ma alla fine invitarono il sacerdote verso una porta in legno massiccio. Joseph non potè non rimanere sorpreso: era in teak massiccio, scolpita con figure classiche prese dalla mitologia induista o dal Kama Sutra; doveva essere costata tantissimo. Anche l’ufficio era ampio ed elegante, con l’aria condizionata.

“Si accomodi, padre, finalmente ha mantenuto la sua promessa ed è venuto a visitarci. A quanto pare lei è un tipo mattiniero. Gradisce una sigaretta?”

“No grazie, non fumo. A dire il vero sono arrivato alle undici ed ora è mezzogiorno, il mattino è già finito”.

“Non per quelli come noi che sono impegnati in riunioni fino alle cinque. Sa, abbiamo sempre molti affari da trattare”.

“Congratulazioni per il suo ufficio, eccezionale per chi vive in una zona dove la casa più grande è metà di questa stanza e nessuno ha l’elettricità”.

“Con un po’ di sacrificio si ottiene tutto. Ma veniamo a noi, in che cosa posso esserle utile?”

“Vede, Mr. Digal, so che lei non è mai stato in favore della scuola che stiamo costruendo, ma ormai il tempo dell’inaugurazione è vicino e vorremmo il suo appoggio per garantire che per quel giorno le cose siano finite”.

“E perché è venuto da me?”

“A quanto dice la gente, neppure Gesù Cristo può fare i miracoli in Balajinagar senza il suo benestare”.

Digal scoppiò a ridere: “Devo ammettere che il suo senso dell’umore è buono, come il coraggio con cui finora ha portato avanti i lavori. Ma mi dica, perché dovrei accontentarla?”

“Perché quel giorno ci sarà molta gente, anche da fuori Balajinagar, e nel discorso dovrò ringraziare chi ha appoggiato e reso possibile la costruzione, nonostante le difficoltà causate da chi ha interessi contrari. Ora tocca a lei decidere da che parte stare”.

“Il discorso è interessante, ma non può essere sufficiente; di discorsi generali se ne leggono dappertutto e francamente parlando, ognuno li interpreta come vuole e il giorno dopo li dimentica. Lei mi prepari un posto a sedere tra le autorità nella cerimonia inaugurale e io farò in modo che il lavoro sia concluso, l’edificio ripulito e decorato senza problemi”.

“Non le sembra di chiedere un po’ troppo? Sarebbe come dire a tutti che noi accettiamo e approviamo tutto il suo operato”.

“Questo dipende da lei. Quella sedia mi tocca di diritto perché dopotutto qui l’autorità sono io e non il sindaco o il governatore”.

“L’autorità suprema è Dio e nessuno di noi”.

“Cosa pensano lassù in cielo sono affari suoi, padre, pensi lei a risolverli. A me importano gli affari di qui. Ci pensi e mi faccia avere la risposta. Non aspetti troppo, però, il tempo stringe”.

Joseph si alzò irritato e si diresse verso la porta, poi con un po’ di ironia disse: “Comunque grazie, e arrivederci”.

“A presto, padre”, concluse Digal, e la porta si chiuse tra i due.

Joseph tornò alla parrocchia arrabbiato. Non sapeva ancora esattamente quali fossero gli affari di Digal ma di sicuro non c’era niente di buono e non poteva immischiarsi con lui, a costo di veder fallire tutto il suo progetto. Appena entrato in chiesa notò che il vicino era in cortile intento a tagliare della legna. Era un bravo cristiano e per un po’ di tempo aveva anche servito nella polizia. “Forse lui mi può illuminare su chi sia Digal”, pensò tra sé e si avvicinò.

“Salve, padre, venga a prendere un po’ di tè” disse il vicino facendo segno alla figlia di correre a prepararlo. Joseph si sedette di fronte a lui e iniziò: “Sudheer, se non sbaglio tu una volta lavoravi nella polizia. Cosa mi sai dire di Digal?”

“Che è una brutta gatta da pelare; più ne sta alla larga, meglio è”.

“E se non posso?”

“Allora ha bisogno di fare degli straordinari di preghiera. Io ho perso il lavoro per causa sua. Un giorno ho arrestato uno degli scagnozzi di Digal con l’accusa di violenza su minore. Il giorno dopo trovarono della droga in casa mia e fui arrestato. Il mio superiore disse che sapeva della mia innocenza, me che l’unico modo per uscirne era che ritirassi l’accusa e lasciassi il posto di lavoro, allora anche loro avrebbero cancellato la mia imputazione. Così mi sono trovato in mezzo alla strada”.

“Ma cosa fa di preciso?”

“Di sicuro controlla tutto il traffico dei camion che vengono a scaricare i rifiuti, e di quelli che vengono a caricare la merce da riciclare imponendo loro delle tangenti da pagare. Nel suo centro c’è un locale notturno con vendita di alcolici e programmi di striptease, probabilmente legato a quello c’è sfruttamento di prostituzione femminile e minorile e quasi sicuramente tutto serve a coprire un gran traffico di droga”.

“Molto più di quanto credessi”, disse Joseph con un sospiro. “Che fare? Lui vuole un posto in prima fila all’inaugurazione della scuola”.

“Auguri, padre, ne avrà molto bisogno perché in qualunque caso corre dei grossi rischi. Segua la sua coscienza e Dio la protegga. Per il momento si consoli con questo tè”.

Alla sera, cercando di dimenticare le vicende della giornata, Joseph si trovava sul balcone del primo piano intento a leggere il giornale. Agostino gli si avvicinò. “Senti, c’è qui una certa signora Manju Prakash che vuole vederti. La manda il parroco della cattedrale per quella richiesta di insegnanti per la nostra scuola”.

“Se mai riusciremo ad avere una scuola”, rispose Joseph ridendo, “vengo subito”. Prakash, dove aveva già sentito questo nome? In quei mesi, passando da un ufficio all’altro aveva incontrato tante persone ed era probabile che qualcuna di esse si chiamasse così. Eppure c’era un qualcosa di familiare che non riusciva a mettere a fuoco. Scese nella sala e si diresse verso la signora che gli voltava le spalle intenta a guardare una fotografia appesa al muro.

“Buongiorno, sono padre Joseph. Prego si acc....” La parola gli si bloccò a metà. Al saluto la signora si era girata verso di lui incontrandone lo sguardo. Lilian? No non è possibile, Lilian è una suora ed è a tremila chilometri da qui. Eppure è lei, ma Agostino ha detto Manju. Forse è la sorella o una cugina. Tutti questi pensieri affollarono la sua mente in un attimo di smarrimento. Lilian si accorse dell’imbarazzo dell’amico e disse: “Che succede? Non mi riconosci più?”. Era proprio lei. Erano poco più di due anni che l’aveva lasciata e nelle turbolenze dell’ultimo anno si era quasi dimenticato di lei. Ma rieccola più bella che mai. Il sari chiaro fiorito e la maglietta nera mettevano in risalto la sua bellezza molto più che l’abito religioso, rendendola più longilinea e più alta. “Lilian, santo cielo, sei proprio tu, Temevo non ti avrei mai più rivista. Ma cos’è avvenuto? Perché hai detto di chiamarti Manju?”

“Joseph, caro”, rispose lei cercando di sottolineare con dolcezza quell’ultima parola, “Ho lasciato il convento oltre un anno fa. Non me la sentivo più di rimanere legata senza poter gestire i miei sentimenti e col terrore di commettere degli sbagli. Ti ricordi del mio desiderio di servire i bambini poveri? Eccomi qua: prendimi nella tua scuola”.

“Senza dubbio. Ma dimmi un po’: dove vivi, che fai?”. Joseph sentiva dentro di sé imbarazzo e avrebbe voluto parlare tanto, sentire tanto ma la sua mente era bloccata. Lilian era lì e non era più una suora, allora era libera: già! lei stessa aveva usato questa parola. Lei ... “Calma Joseph”, disse a se stesso, “controlla i tuoi sentimenti. Chissà cosa vuole lei, forse niente di tutto quello che la tua immaginazione sta creando, non l’ha mai voluto neanche prima. E poi in questo momento uno scandalo è l’ultima cosa di cui hai bisogno”.

Lilian non voleva rivelare la sua situazione, non subito, aveva bisogno di valutare i tempi, i modi, non voleva la pietà di Joseph ma il suo aiuto, la sua presenza. “Passo in casa molto del mio tempo, ho bisogno di quel posto per tirarmi fuori, per sentirmi utile”.

“Papà e mamma come hanno preso la tua scelta?”

“Molto male, ma questa è una lunga storia che ti racconterò un’altra volta”.

“Senti, Lilian, io ti posso promettere il lavoro e tanta possibilità di fare del bene, ma non il successo della carriera. La scuola che sto costruendo è nella zona peggiore di tutta l’Orissa, i bambini arriveranno malati, non educati, stanchi, discontinui. Anche le strutture saranno molto povere, in compenso le classi strapiene, mille miglia di distanza dalla tua scuola di Bangalore. Insomma poca gloria e tanto lavoro. Te la senti?”

“Questa è la mia occasione e se tu mi starai al fianco, se non scapperai come hai fatto due anni fa, ce la faremo”.

“Grazie della tua disponibilità, Lilian”.

“Grazie a te”, e detto questo uscì.

Era ritornata a fare parte della sua vita, e proprio nel momento più difficile. Forse era un segno? Forse era un dono di Dio che lo incoraggiava a continuare con la scuola?

“Quando ami qualcuno devi dargli la libertà di andarsene. Se l’amore è vero tornerà da te” gli aveva detto Joel citando Khalil Gibran; lui era uscito dalla vita di Lilian lasciandola libera ed ora essa era tornata.

“Sembra che vi conosciate bene?!”, disse Agostino entrando nella sala.

“Sì, Lilhem la signora Prakash insegnava in una scuola di Bangalore, vicino la nostra casa. Era una suora di voti temporanei. Ora ha deciso di lasciare, ma il desiderio di insegnare è rimasto vivo in lei. Se lo farà con la stessa dedizione con cui lo faceva a Bangalore ci sarà di molto aiuto”.

“Hai più ripensato alla questione di Digal? Che intenzioni hai?”

“Non possiamo rischiare. Coinvolgere la nostra immagine con quella di un criminale potrebbe aiutare a finire l’edificio, ma alla fine ci rovinerà. Dobbiamo rischiare e cercare di fare senza di lui, e Dio ce la mandi buona”.

domenica 19 agosto 2007

Capitolo IX Mafia

CAPITOLO IX

“Padre, abbiamo sentito che state costruendo una scuola, siamo venuti per congratularci con lei e vedere se possiamo essere di aiuto”. A parlare con Joseph era un uomo di corporatura robusta, sulla cinquantina, ben vestito e accompagnato da altri tre signori.

“Io mi chiamo Vijay Digal e sono il responsabile del centro civico di sviluppo. Che tipo di scuola ha intenzione di costruire?”

“Naturalmente partiremo dalle elementari, ma penseremmo di estenderci in futuro fino al Pre-University College”.

“Questa scuola le costerà un bel po’ di quattrini, non ha mai pensato che l’intera zona è abusiva e potrebbe sparire da un momento all’altro ingoiando lei e le sue strutture?”.

“Ci abbiamo pensato, ma è un rischio da correre. Lei mi parla di futuro ma ogni volta che esco in strada vedo ragazzi e giovani analfabeti vittime di sfruttatori di ogni tipo, e questi sono il presente”.

“Ma non potranno mai pagare la retta di iscrizione, i libri, i quaderni eccetera; penserà mica di far piovere i soldi dal cielo?”

“Su questo non posso dire nulla, ma so che il Signore non ci abbandonerà”.

“Le famiglie di questi ragazzi non hanno bisogno dei libri che porteranno a casa, ma di pane. Lei dice che sono vittime di sfruttatori ma non ha mai pensato che trecento rupie al mese sono meglio di niente?”

“Ma a procurarle sono bambini di otto anni che lavorano dieci ore al giorno”.

“Anche le bocche che mangiano hanno quell’età e a loro non interessa chi porta a casa il pane ma solo se il pane c’è o no”.

“Con trecento Rupie non si compra molto pane”.

“Proprio per questo è necessario che tutti lavorino, anche i più piccoli, così in ogni famiglia possono arrivare anche sette o otto stipendi”.

“Ma questi bambini spesso si ammalano e non hanno alcuna possibilità di curarsi”

“Questo fa parte del corso naturale delle cose. Da sempre sono esistite le malattie e da sempre la gente muore, si chiama selezione naturale. Da quando le medicine hanno iniziato a diventare economiche e disponibili a tutti, abbiamo assistito ad un boom nella crescita della popolazione che ha causato tutti quei guai di cui ora lei si lamenta. Qui a Balajinagar ci sono almeno trentamila persone di troppo, rispetto a quello di cui ci sarebbe bisogno, e ogni giorno la popolazione aumenta. Mi creda, padre, questa gente non ha bisogno della sua istruzione o della sua pietà. Se vuole che la zona, l’Orissa, l’India si sviluppino, lasci perdere i suoi sogni e si concentri su quelli come noi che hanno la possibilità di sussistere”.

“All’inizio lei mi ha detto che era venuto per aiutare: che tipo di aiuti vuole darci?”

“Per ora due consigli. Primo: Il luogo dove lei vuole costruire la scuola è troppo vicino alla discarica dei rifiuti e questo ostacola gli interessi di molta gente. Cambi zona, costruisca possibilmente fuori Balajinagar, o abbandoni del tutto l’idea. Secondo: Lei viene dal sud e il suo amico dall’Europa. Non siete abituati a questo clima e a questa cultura, lasciate stare i nostri ragazzi e tornatevene a casa vostra”.

Joseph non poteva credere a quello che aveva sentito. Sapeva che lavorare tra i poveri era difficile, ma pensava che ciò fosse dovuto alla carenza di mezzi, al clima, al cibo eccetera. Non avrebbe mai pensato che ci potesse essere della gente che si opponeva ad un’opera a favore dei poveri, e per di più gente che abitava nella stessa area, gente che lavorava in un cosiddetto centro di sviluppo. Più ci pensava e più la cosa gli sembrava impossibile. Aggiunse solo: “Un ultima cosa, Mr. Digal. Quali sono le attività che svolgete al centro civico di sviluppo?”

“Questo è un po’ difficile da spiegare a voce. Venga a visitarci, un giorno, sarà mio ospite. Ora togliamo il disturbo. È stato un piacere conoscerla, Padre”.

Joseph riferì ad Agostino del dialogo e i due pensarono di parlarne con l’incaricato diocesano.

L’indomani Joseph trovò Mr. Fernandez nel suo ufficio intento a rivedere il budget per l’anno successivo. “Fr Joseph, si accomodi, prego. Ho sentito con piacere che la sua congregazione vuole costruire una scuola in Balajinagar. È una notizia bellissima. Cosa posso fare per lei?”

“Ieri è venuto a trovarmi un certo signor Digal e proprio a riguardo della scuola mi ha fatto un discorso molto strano. Lei lo conosce per caso?”.

Al sentire il nome di Digal la faccia di Fernandez si fece seria. “Immagino che si tratti di Vijay Digal. È il boss della mafia locale. Tutto passa tra le sue mani in Balajinagar. È solo un pesce piccolo al soldo dei nomi grossi che gestiscono tutta la rete criminale dell’Orissa, ma queste connessioni lo rendono onnipotente negli slums. Ufficialmente non vi può fermare, ma farà di tutto per rendere la vostra vita difficile”.

“Lui ha detto di essere il direttore di un centro civico di sviluppo. Ne sa qualcosa?”

“No questo nome mi è nuovo, forse è un qualcosa che esiste solo in Balajinagar e in questo caso non mi stupirei se dietro al nome si racchiudesse qualche attività illecita. Un consiglio: quando pensate di iniziare i lavori, fate una cerimonia ufficiale per la posa della prima pietra. Io cercherò di procurarvi qualche persona importante cosicché siate conosciuti e qualsiasi cosa capiti a voi abbia una risonanza nazionale. Questo dovrebbe essere troppo anche per uno come Digal.

Fu difficile trovare qualcuno del governo locale disposto a venire a Balajinagar. Tutti sapevano i problemi che vi esistevano e non volevano essere coinvolti. Fernandez pensò di giocare in alto. Riuscì ad invitare il sottosegretario del ministero della cultura, quello degli affari sociali da Delhi e il console tedesco a Calcutta, presentando la nuova scuola come un’opera destinata ad incidere nella riabilitazione delle zone povere suburbane, e, dato il contributo promesso dalla Chiesa Tedesca, rafforzare la collaborazione tra Germania ed India nella lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile. La notizia fu su tutti i principali giornali nazionali e a questo punto anche il governatore di Bhubaneshwar si trovò, suo malgrado, costretto ad accettare l’invito.

Digal accusò il colpo e per ricordare alla gente della sua presenza, inviò bevande gratis a tutti i partecipanti e pranzo completo per gli invitati importanti.

Poi la costruzione iniziò. Il progetto prevedeva la consegna di metà edificio agibile per l’inizio dell’anno scolastico; l’altra metà sarebbe stata costruita durante l’anno successivo.

Iniziati i lavori, iniziarono i problemi. La zona destinata alla costruzione fu ripulita dagli alberi e dalle immondizie e la notte prima che arrivassero i macchinari per gli scavi delle fondamenta varie famiglie giunsero e notte tempo costruirono baracche nell’area.

“Non avete il permesso di abitare qui”, dichiarava loro il sacerdote,

“Quest’area è tutta abusiva e quindi neanche voi avete il permesso” replicavano loro.

“Ma dobbiamo costruire una scuola per i vostri figli”,

“I nostri figli hanno bisogno di un tetto dove ripararsi non di una scuola, e anche noi con loro”.

L’unica soluzione fu dare loro un po’ di soldi perché se ne andassero poi recintare completamente la zona e porvi dei guardiani, così due mesi se ne erano andati a vuoto e le spese aumentate.

Il problema successivo fu con il materiale. Esso veniva consegnato sempre in ritardo o addirittura non arrivava mai a destinazione, per cui spesso, i lavoratori dovevano fermarsi. Si dovette chiedere l’aiuto della polizia che però faceva mille promesse e non ne manteneva alcuna, allora si dovette corrompere il capo con una bustarella e gli agenti arrivarono regolarmente.

Infine alcuni operai cominciarono a dichiararsi ammalati, altri stanchi, altri chiesero aumenti di salari.

A due mesi dall’apertura della scuola Joseph era a pezzi. Non avrebbe mai creduto che per aiutare i poveri si dovesse fare così fatica. Sembrava quasi che si dovessero pagare le persone per convincerle a lasciarsi aiutare. Si ricordò di un discorso che in passato Joel gli aveva fatto e lui non aveva mai compreso bene. “La vera povertà non è la mancanza di soldi, ma la mancanza di speranza e di un ideale per cui lottare con la possibilità di raggiungerlo. Tu paghi loro la scuola e loro ti scappano via per quattro rupie, tu insegni l’igiene per la loro salute e loro buttano l’immondizia in mezzo alla strada, tu proponi giustizia sociale, parità di diritti, riforme e poi viene un ciarlatano corrotto che dà loro cento rupie e votano per lui”.

Era vero; questa gente non riusciva ad affrontare il problema dell’oggi come poteva capire il progetto di una scuola che in dieci anni avrebbe formato i loro figli e forse in quindici ne avrebbe fatto degli ingenieri o dei dottori. E quanti di loro ce l’avrebbero fatta, loro che non sapevano neppure se sarebbero sopravvissuti fino a domani. Agostino ridendo concluse: “Meglio un uovo oggi che una gallina domani”.

“Ma alla posa della prima pietra erano tutti là, ora dove sono?”.

“Quando c’è una festa tutti accorrono e ti dicono congratulazioni, ma questo non significa che approvino quello che fai. Questa gente è contenta perché a fine settimana, riceve il salario o perché riesce a portare a casa un sacco di cemento rubato dal deposito e a rivenderlo a metà prezzo, poi se il loro figlio dovrà aspettare un altro anno per andare a scuola non è importante. Pensavi di inaugurare metà scuola? Sarà tanto se riusciremo ad avere aule sufficienti per la prima e la seconda classe”.

Quando provò a chiedere il parere a qualcuno dei vicini, uno rispose: “Io fossi in te andrei a visitare il centro civico di sviluppo. Mr. Digal potrebbe aiutarti”.

“Già, forse è un’idea, almeno scoprirò di che cosa si tratta”.

“Un’ultima cosa: quando inaugurerai la scuola ti troverai sommerso da parrocchiani che ti raccomanderanno loro parenti come insegnanti, e sarà difficile dire loro di no nonostante non siano all’altezza del lavoro. Converrà che cominci a guardarti attorno così che tu possa scegliere quelli che vuoi e quando gli altri arriveranno potrai dire: Che peccato non averlo saputo prima, purtroppo ho già quelli che mi servono”.

Capitolo VIII Lilian

CAPITOLO VIII

Non troppo distante dal convento di Joel un’altra vicenda stava per cambiare il destino del nostro Joseph. Lilian, ovvero Manju Prakash, come si chiamava prima di diventare suora, era figlia di un ingegnere meccanico. Suo padre, di origine Induista, si era recato a studiare all’università di Bombay dove aveva conosciuto una ragazza sua compagna di corso. Si erano innamorati, e per amore di lei aveva cambiato religione e si era fatto Cristiano. Subito dopo la laurea, si erano sposati ed erano tornati ad abitare a Bhubaneshwar dove lui aveva un posto assicurato nella raffineria locale. Lilian quindi portava in sé sangue Orya e Marathi, mostrando come spesso capita, un abbinamento esotico che sottolineava la bellezza dei tratti somatici. Era la prima di due figli e i suoi genitori avrebbero voluto che intraprendesse una carriera professionale, ma lei aveva insistito a farsi suora per dedicarsi, diceva, all’educazione dei bambini poveri.

Quella mattina, appena terminato di insegnare, si avviava per un po’ di meritato riposo nella sua stanza. Non era mai stato semplice gestire una classe di trentacinque bambini, ma da un po’ di tempo tutto le sembrava più difficile, era spesso nervosa, ogni disattenzione o rumore la faceva arrabbiare. “Forse un po’ di stanchezza”, diceva tra sé: “passerà”. Nel corridoio delle camere incontrò la madre superiora: “Come è andata oggi, Lilian”, chiese con dolcezza.

“Insomma!” Fu la risposta. “I bambini sono agitati, forse sentono il caldo”.

“Hai cinque minuti per me? replicò la superiora, vorrei parlarti”.

“Certo, si accomodi”, disse Lilian aprendo la sua stanza e sistemando le sedie in modo da potersi accomodare l’una di fronte all’altra.

La superiora riprese: “Dall’inizio di quest’anno scolastico ti sto osservando e noto che non sei più la Lilian dell’anno scorso. Ti vedo più tesa, più stanca, più irritabile. C’è qualcosa che non va? Qualcosa in cui posso aiutarti?”

“No grazie, madre, non è nulla. Mi sento più stanca del solito, ma non credo di avere alcuna malattia. Forse anch’io sento il caldo... ma passerà”.

“C’è forse qualche problema nella tua famiglia, o nella tua vita spirituale che ti lascia turbata? Prova ad analizzarti e magari parlane con un sacerdote. È importante ritrovare la serenità per poter dare del nostro meglio agli altri”.

“Grazie! Ci penserò, ma non sarà facile. L’anno scorso avevamo padre Joseph che era bravo e sapeva comprendere, quest’anno, con padre Justine non sono ancora riuscita ad aprirmi come vorrei. Mi sembra un tipo burbero, uno che non sa ascoltare e capire e temo che mi giudicherebbe prima ancora che io riesca a finire il discorso. Comunque ci proverò”.

La superiora se ne andò e Lilian si distese sul letto senza neanche preoccuparsi di sistemare i libri. Con Joseph tutto era stato facile; lui sapeva ascoltare e la faceva sentire compresa, accolta. Le dava la gioia di essere suora, di lavorare, ed era bello ogni tanto tornare da lui a raccontargli come era andata la lezione, cosa aveva fatto durante l’incontro con i giovani, e vedere che lui gioiva come se fossero le cose più importanti. Ora lui era partito e sembrava che nulla avesse più senso, come se si lavorasse per niente. Ma perché? Solo tre anni erano passati dal suo sì a Dio e ancora ricordava l’entusiasmo di quel momento. Le lacrime della mamma che vedeva partire per sempre la sua figlia adorata, la gioia delle altre suore, il trasferimento a Bangalore, la sua prima lezione a scuola, tutto era stampato nella mente e tornava a scorrere come un filmato che ora non la eccitava più. Cos’era successo? Come parlarne con un’altra persona che non fosse Joseph? Forse il nuovo prete le avrebbe detto che non aveva la vocazione, che era stata tutta un’illusione, che doveva lasciare; o forse poteva dire che non era nulla e lasciare tutto com’era, ma allora perché andarci? O forse poteva dare la solita soluzione magica: prega di più e il Signore ti illuminerà! Ma questo lei lo sapeva, solo che mentre era in chiesa la sua mente era da tutt’altre parti, in classe con i bambini, a casa con i suoi o ... già! in parlatorio con Joseph: questo era l’unico pensiero che la intratteneva dandole serenità. Si era forse innamorata? No! Era impossibile, lui era un prete e lei una suora, e avevano fatto voto di castità; Joseph, poi, non le aveva detto nulla. All’inizio, guardandosi in faccia, si sentivano un po’ a disagio, ma poi la familiarità era cresciuta. Decisamente Joseph era un santo prete, esempio perfetto di carità, e per lei un fratello; sì il classico fratello maggiore che non aveva mai avuto in casa, colui che ti sa capire anche quando mamma e papà non lo fanno e ti sa proteggere da tutti. Questo era per lei Joseph.

Il pensiero sfumò lentamente e si addormentò.

I giorni passavano e lei non riusciva più a trovare l’entusiasmo di lavorare. I bambini erano giorno dopo giorno sempre più un peso.

La madre superiora le aveva detto di trovarsi un consigliere, e finalmente si decise. Si recò da Padre Justine.

“Padre, non so cosa mi succede. Ho perso il fervore che avevo due anni fa. Pregare non mi dice più niente, fare scuola non mi dice niente”.

“Quando abbiamo scelto di farci religiosi non abbiamo scelto di fare una vita comoda né una vita felice, ma abbiamo scelto di servire il Signore”.

“Sì, ma lo abbiamo scelto sapendo che il Signore ci darà la felicità vera, perché allora io non la provo nonostante continui a servirlo?”

“Forse perché ti chiudi in te stessa, cerchi solo la tua soddisfazione personale”.

“Non so cosa intenda per soddisfazione personale, ma certo farebbe piacere che qualche volta qualcuno ci apprezzasse.”

“Noi lavoriamo per il Signore. Quando cerchiamo l’apprezzamento degli uomini ci mettiamo dalla parte sbagliata e roviniamo tutto”.

La prontezza con cui rispondeva e il distacco che mostrava innervosiva Lilian. Oh come era distante da Joseph: Lui sì che sapeva ascoltare e capire.

“Anche da suora non posso dimenticare di essere donna, non posso rinunciare al mio carattere, alla mia voglia di essere capita e accettata, ora mi sembra invece che tutto il mondo sia contro di me”.

“Non esagerare, tutto il mondo. Forse sei solo tu che sei contro tutti e non il contrario”.

“Padre, ha mai provato ad avere un vero amico e a perderlo di colpo? Come si sentirebbe?”

“Noi religiosi abbiamo dato noi stessi al Signore e lui è sempre con noi, tutti gli altri sono passeggeri e spesso di ostacolo”.

“Quindi lei non crede nell’amicizia”.

“L’amicizia è qualcosa che noi dobbiamo essere capaci di dare a tutti nello stesso modo, come ha fatto il Signore che è morto per tutti. Le amicizie particolari alle quali tu ti riferisci sono pericolose e finiscono sempre per portarci fuori strada. Chi sarebbe questo amico che hai perso?”.

Lilian si sentì ribollire dentro. Mai avrebbe rivelato i sentimenti che lei provava per Joseph a questo prete freddo come il ghiaccio. “Nessuno in particolare. Ma forse questo è il punto, non ho nessuno a cui appoggiarmi, a cui confidare le mie angosce”.

“L’unico che può farlo è il Signore, lui è l’unico di cui ci possiamo fidare”.

Lilian si sentì offesa nelle parole che sembravano significare che Joseph non era una persona degna di fiducia. Si alzò e concluse con sarcasmo: “Bene! se nessuno è degno di fiducia nell’ascoltare le nostre confidenze, allora il nostro colloquio non ha più senso, arrivederci, Padre” e così dicendo abbandonò la stanza irritata.

Scendendo le scale entrò in chiesa e si mise a piangere: “Perché? Perché me lo hai portato via? Perché quando uno trova una persona che la capisce subito la gelosia degli altri gliela porta via? I superiori sono tutti senza cuore, guardano solo gli interessi delle case che vogliono far funzionare e dimenticano le persone che ci vivono. E lui, perché ha accettato? Naturalmente perché è un bravo religioso e ha fatto voto di obbedienza. Non è giusto. Questi voti sono stati creati per ridurre l’uomo a schiavitù non per aiutarlo. La vita religiosa è tutta un imbroglio!”. Mentre pensava a questo le lacrime scendevano abbondanti dagli occhi e ognuna di esse sembrava rinfrescare il rossore delle guance ma lasciava un vuoto amaro dentro.

Senza neanche preoccuparsi di genuflettere o fare un segno di croce uscì e si diresse a casa. Andò spedita verso la sua camera, si stese sul letto e dormì. Il sonno si trasformò in sogno. Si trovava in un villaggio nel mezzo della foresta attorniata da tanti bambini che giocavano con lei. Ad un certo punto arrivò lui, Joseph, e i bambini gli corsero incontro chiamandolo: papà. Poi i due si abbracciarono e si avviarono insieme verso una casa lasciando che i bambini tornassero ai loro giochi.

Si svegliò di soprassalto. Ora aveva capito. Nella sua vita aveva sempre desiderato servire i bambini poveri, ma per farlo non c’era bisogno di essere una suora, avrebbe potuto fare molto meglio da laica, con la libertà di muoversi dove meglio desiderava; usare i soldi che aveva senza dover renderne conto; amare con la libertà di chi non deve stare attento alle assurde regole che bloccano la vita dei conventi, regole dettate dalla gelosia e dalla paura, non da Dio.

Si alzò, si diresse alla cattedra, prese carta e penna e lasciò che i suoi sentimenti trovassero uno sfogo:

Reverenda Madre, pace. Negli ultimi giorni mi sono trovata sempre più spesso a riflettere sul significato della mia scelta di vita e dei valori che la fondano. Devo dire di trovarmi in uno stato di confusione e abbattimento, ma finalmente ho intravisto una luce in fondo al tunnel. Da religiosa mi si chiede coerenza con i voti che ho professato e le regole che ho accettato, ma io mi chiedo: Cos’è la coerenza?

La povertà mi sta bene, l’obbedienza non più tanto. La vita comunitaria? Devo ammettere di averla sempre vissuta senza darvi troppo senso o peso. L’affettività è forse la parte più difficile da capire per me. La preghiera? È fredda, poca e noiosa.

Una volta avevo tanto entusiasmo, e questo mi sosteneva. Ora ne conservo un po’ per l’apostolato, ma senza dubbio non per la vita religiosa e nemmeno per la congregazione.

Che senso ha trascinare una vita nell’attesa che succeda qualcosa che la cambi, senza renderti protagonista? Nell’attesa che ti diano un incarico sperando che sia il meno brutto possibile, senza poterlo programmare? Nell’attesa di finire con delle consorelle che ti stufino un po' di meno di queste di ora?

Che senso ha accettare delle regole per poi cercare il modo di aggirarle in cerca dei propri comodi e della propria falsa felicità?

E tutto questo lo facciamo in nome di un sì detto ad uno che ti ha promesso il centuplo e la vita eterna, ad uno che ti ha detto: "Io ti amo di un amore infinito", ma che ti ha anche detto: "Prendi la tua croce e seguimi".

E se questo a me non l'avesse detto? se fosse stato solo una mia illusione? se per me non avesse scelto questa strada? Me lo direbbe? come? non potrebbero già essere questi miei dubbi la sua risposta?

La fede è un salto nel buio, ma quale buio: quello di una vita che continua nel trantran quotidiano, monotona, tranquilla, senza rischi e forse senza troppi sacrifici, o quella immersa nel mondo, nell'ignoto di dover ricominciare tutto da capo, senza neanche sapere ancora che fare?

Cos'è la povertà? È il vivere in una casa dove c'è tutto, ma devi usare tutto come roba non tua, disposto a lasciarla in ogni momento, e lasciando che anche altri la usino, o piuttosto vivere senza avere e dover rinunciare alle cose perché non si ha la possibilità di averle?

E cos'è l’obbedienza? Vivere accettando le direttive di una persona, le regole di una congregazione o piuttosto accettare le alterne vicende della vita, sicuri che lì è Dio che ti manifesta la sua volontà?

E cos'è la comunità? Sopportare i confratelli coi quali vivi cercando di litigare il meno possibile, o piuttosto formarsi una famiglia e lì impostare assieme la propria vita, i propri ideali e sacrifici?

Cos'è l’affettività? Bruciare per una persona e consolarsi dicendo: "Ma io sono per il Signore e per tutti", o amare fino in fondo questa e con lei amare il Signore e tutti?

Cos'è la preghiera? Trovarsi al mattino assieme e distrattamente leggere parole, e poi passare la giornata senza ricordarsi che Dio esiste, o forse presentargli le fatiche, le ansie, le lotte e chiedere che lui le trasformi in gemiti a lui solo comprensibili?

L’entusiasmo? Va ricercato scavando tra i mille valori che sto ignorando di questa mia vita o tra le mille vite diverse che forse mi attirano di più?

Ma dunque cos'è la coerenza?

Non le sembri strano questo mio sfogo, reverenda madre: penso che il Signore mi stia indicando un’altra via e pertanto le chiedo di essere dispensata dai voti e dimessa dalla Congregazione.

Sua Sr. Lilian”.

Il rientro in famiglia non fu una cosa facile. Il padre, che prima l’aveva ostacolata nel partire, ora temeva che l’onore di famiglia fosse rovinato dall’improvviso cambiamento nella vita della figlia.

“Tu rovini la reputazione della nostra famiglia!”. Il padre di Lilian era furioso. Lei non aveva voluto comunicare la notizia della sua uscita dal convento per lettera, per cui si era limitata a dire che sarebbe venuta a casa per qualche giorno, preferendo affrontare il discorso direttamente. La madre era seduta nel sofà e ascoltava attonita la notizia, mentre il padre non riusciva a darsi pace e camminava su e giù per la stanza. “Cinque anni fa c’erano almeno tre o quattro giovani che desideravano sposarti e tu hai insistito che non potevi accettare le loro proposte perché il Signore ti chiamava da un’altra parte; ora dici che il Signore ti chiede di abbandonare. Era già stato abbastanza difficile allora scusarti di fronte a quella gente. Ora cosa diranno? Che mia figlia è una fallita? Incapace di portare avanti le sue decisioni?”.

“Ma papà, ribatté Lilian, nessuno è nato perfetto e nessuno sa in partenza quello che sarà domani. Nella vita saremo felici se sapremo di aver scelto quello che desideriamo”.

“Sono tutte frottole. Nella vita ben poche volte puoi fare quello che desidereresti, importante è invece che tu porti avanti con pazienza e coraggio ciò che hai iniziato. Comunque per sistemare la cosa e mettere a tacere tutte le voci ti cercherò un marito che sia degno della nostra famiglia. E stavolta non ci saranno obiezioni che reggeranno”.

La madre ascoltava silenziosa. Si stava realizzando in quel momento ciò che da sempre era la tradizione dell’India: la donna aveva ben poco da dire nella società, anche riguardo alla sua vita. Lilian entrando in convento si era illusa di poter dare un piccolo contributo a cambiare questa barbara usanza, ma ora doveva ingoiare un rospo amaro. Si limitò solo a dire: “Va bene, come vuoi tu”. Lui chiuse il discorso dicendo: “E ricordati che il tuo nome è Manju”.

Non fu difficile organizzare il matrimonio, Lilian era una ragazza bella, giovane e istruita. Il marito fu trovato. Si trattava di Raju, un giovane neo-diplomato in scienze biologiche. Era Induista quindi non capiva bene cosa volesse dire essere stata una suora. Questo rendeva le cose più facili, inoltre sapeva che per Lilian la religione era importante e quindi accettò di buon grado che in casa ognuno avesse la libertà di praticare la sua religione. Il matrimonio fu fatto in grande stile, come si conveniva alla gente della loro casta, gente per cui l’apparenza esteriore era molto più importante dei soldi che dovettero spendere per procurarsela.

Lilian aveva accettato la volontà del padre perché sapeva che opporvisi non sarebbe servito a niente. Passo passo cercò di adattarsi alla vita di famiglia, ma il passaggio dal convento alla condizione di sposa era stato troppo brusco. Non era solo l’idea di avere uno con cui condividere le cose, ma anche le piccole scelte di ogni giorno. Lei era la padrona della casa ma conosceva solo il convento e tra le due c’era molta differenza. La puntualità ai pasti, per esempio, cosa sacra in convento era impossibile per uno che lavorava nel laboratorio di un ospedale. Lei preparava la tavola, la adornava e poi si trovava ad aspettare ore prima che lui tornasse. Inoltre spesso era a casa da sola con la donna incaricata della cucina e delle pulizie, una cosa ben diversa dal via vai di sorelle e bambini della scuola. In questa casa era arrivata senza mai averla conosciuta prima, non la sentiva sua.

Raju era un uomo molto sensibile e buono, un po’ troppo legato al lavoro, ma questo era indispensabile per mantenere lo stato di vita loro proprio. La sera andavano a letto e Lilian da buona moglie era disponibile a fare l’amore ma si sentiva fredda nei confronti del marito. Non c’era stato il cammino romantico della conoscenza reciproca, dell’innamoramento. Aveva visto suo marito per la prima volta, tre giorni prima del matrimonio e mentre ne sentiva gli elogi tessuti dal padre la sua testa ripeteva: “Ma non è come Joseph, dovresti vedere Joseph, se solo Joseph fosse qui”. Quindi anche in quei momenti intimi la sua fantasia era con lui e con essa crebbe in lei il desiderio di rincontrarlo. Sapeva che era venuto nell’Orissa, ma dove di preciso? Avrebbe potuto interpellare le sue ex consorelle, ma non voleva insospettirle.