
CAPITOLO XXI
Il mattino dopo si svegliò. Si trovava in un letto di ospedale. “Dove sono?” chiese all’infermiera che le era accanto intenta a sistemare delle medicine sul comodino.
“Non si preoccupi, il peggio è passato. Ha subito un brutto trauma, ma ora sta bene”.
Sentiva un forte dolore all’addome; in quel momento si ricordò dell’accaduto. “E mio figlio?” Chiese preoccupata.
“Mi dispiace, nel cadere è rimasto colpito e non è stato possibile fermare l’emorragia che ha causato l’aborto. Per fortuna casa sua è vicina all’ospedale e quindi siamo riusciti a salvare lei”.
“Dio mio, mio figlio, mio figlio” esclamò scoppiando in lacrime. Chiese all’infermiera un pezzo di carta e una penna, vi scrisse un indirizzo; “Potrebbe per favore farmi chiamare questo sacerdote, è il nostro parroco”.
“Certo, signora”.
In quel momento entrò il padre di lei con il volto abbattuto e stanco: certamente quella notte non aveva dormito. “Scusami, non volevo, la collera è stata più forte di me. Il dottore mi ha detto che domani potrai lasciare l’ospedale e tornare a casa”.
“No, papà. Grazie. Tu credi in quello che mi hai detto ieri e io no. Non posso rovinarti la vita, e neppure la mia. Non c’è più posto per me in quella casa”.
“Ma cosa farai, dove andrai?”
“Non lo so”.
Padre e figlia rimasero in silenzio per lungo tempo, senza avere il coraggio di guardarsi in volto.
Dopo un po’ di tempo Joseph entrò trafelato. “Sono corso subito non appena ho saputo del tuo ricovero. Come stai?”. Lilian guardò il padre che non sembrava troppo entusiasta di quell’intrusione, poi con volto severo disse: “Papà ti dispiace lasciarci soli per un po’?”
Il padre lasciò la stanza. Lilian scoppiò a piangere: “È andato, Joseph, è andato, non c’è più. Me lo hanno portato via nel peggiore dei modi”.
“Lilian, cara, cerca di calmarti e spiegati meglio: Come sono andate le cose?”.
“Ho litigato con Raju e ci siamo lasciati definitivamente. Quando mio padre lo ha saputo si è infuriato, invocando il solito argomento dell’onore, e mi ha colpita. Io sono caduta e nel cadere il bambino è rimasto colpito. Ho cercato di proteggerlo, Joseph, perdonami, lo ho fatto per lui e per te, ma non ci sono riuscita”.
Joseph non riusciva a comprendere il senso di quelle parole, quindi cercò ancora di calmarla: “Non piangere più, fatti forza, senza dubbio hai fatto del tuo meglio. Ma cosa vuoi dire lo hai fatto per lui e per me?”
“Ancora non capisci, Joseph? Quel bimbo era tuo figlio. Raju non avrebbe mai potuto darmi un figlio, ed io non avrei mai voluto un figlio da lui. Quando lui ha scoperto questo, ha scoperto anche di noi due e mi ha cacciata. Perdonami Joseph”.
“Mio figlio, io avevo un figlio! Dio mio, Lilian, perché non me lo hai detto subito?!”
“Perché non volevo la tua pietà; non volevo obbligarti a fare qualcosa che non desideravi. Tu pensavi che la tua vita era legata solo alla tua vocazione e quindi non ho voluto che nostro figlio ti condizionasse. Ne avrei avuto cura io stessa. Non potevo avere te, almeno avevo quanto di più caro avresti potuto desiderare. Ora tutto è perso, tutto, mio figlio, mio marito, la mia famiglia. Potrai mai perdonarmi, Joseph, ho fatto morire tuo figlio”.
Joseph non seppe più cosa rispondere. Rimase in silenzio qualche attimo e poi riprese: “Io ci sono ancora, Lilian, ci sarò sempre per te; questa volta non scapperò. Troveremo una soluzione”.
Joseph tornò a casa distrutto e si diresse in cappella. Là estrasse un libro che da giovane lo aveva ispirato tanto e ora da tempo non leggeva più. Lo aprì e con sorpresa vi trovò una lettera. Era la lettera che aveva portato ad Ananda a nome di Joel e Ananda stessa gli aveva ridato durante la sua visita in India. L’aveva messa lì per leggerla con calma, ma l’eccitazione di quei giorni e le parole consolatrici di Ananda glie la avevano fatta dimenticare.
“Ananda carissima, -diceva lo scritto steso da una mano tremula e stanca-, quando leggerai questa lettera io sarò già andato. Apri la finestra, e io da lontano spierò le tue reazioni, così non dovrai preoccuparti di rispondere. Il lungo giorno è finito ed ora posso riposare contento per quanto ho ottenuto.
Ti salutano tutti, anche i bambini che da sempre avresti voluto venire a servire e che forze maggiori mai ti hanno permesso di conoscere. Alcuni di essi sono qui con me perché le mie mani inesperte non sono state capaci di trattenerli sulla terra più a lungo.
Loro ti conoscono perché tutte le sere quando andavo a dare loro il bacio della buona notte dicevo che glielo mandava la loro mamma che abitava lontano. Quando essi mi chiedevano quando saresti venuta, io rispondevo che non potevi perché avevi tanti altri bambini a cui pensare e che ti fidavi di me. Ti vogliono bene sai, e anch’io te ne voglio. Per dodici anni ho assaporato ogni centimetro di questa terra che ti ha vista nascere e non ti vedrà mai morire, perché anche quando tu mi raggiungerai quassù, nel tuo villaggio tutti sapranno che tu continui a vivere. Per dodici anni ho atteso il momento che tu arrivassi qui a continuare la storia iniziata in quel viaggio nel deserto, ho atteso sapendo che non saresti mai venuta ed illudendomi che non fosse vero. L’amore è più forte della morte, ed ora queste parole si fanno realtà. Sentimi più vicino che mai perché sono lì con te”.
Le lacrime di Joseph bagnavano il foglio e lo lasciò cadere sul tavolo, si avvicinò alla finestra, rimosse la tenda e guardò. La stella era là, più brillante che mai. Lui lo sentì forte: Joel era là e da lassù lo guardava con lo stesso sguardo carico di amore con cui per anni lo aveva guardato invitandolo a procedere senza timori nella vita.
Il mattino dopo si alzò presto, preparò una valigia con le cose più importanti, poi si avvicinò alla cattedra, prese carta e penna e scrisse: “Caro Agostino, quando leggerai questa lettera io sarò già andato. Grazie della tua bontà e della tua pazienza. Non sono stato il migliore dei confratelli che avresti voluto, spesso irrequieto, spesso suscettibile, spesso affrettato, e tu pazientemente hai camminato al mio fianco.
Troppe volte mi sono chiesto che senso avesse tutto questo mio correre ed agire, ed ogni volta le convinzioni che mi avevano spinto fin qua mi sembravano lontane.
Temo di aver perso la fede, Agostino, non solo la fede in Dio, ma anche la fede nell’uomo e la fede in me stesso. Che senso ha il mio rimanere qui a fare il prete se non credo in quel che dico, se non pratico quello che chiedo agli altri di fare.
Mille volte nell’iniziare le mie omelie avrei voluto che loro venissero al posto mio a raccontare le loro storie, le loro fatiche quotidiane, e senza dubbio quello sarebbero state un messaggio migliore delle mie parole vuote.
Mi sono scontrato con l’indifferenza, l’egoismo, la superbia e nel tentare di combatterle le ho fatte mie ed ho inflitto ai miei cari, ferite più grandi di quelle dalle quali volevo proteggerli. Più volte mi hai invitato ad andare a riposarmi per ricercare la luce, sono andato, pensavo di averla trovata ma era solo un’illusione ed il buio tornava più denso di prima. Mi chiedo se mai il sole esista. Perché se ne sta nascosto dietro le nuvole lasciando noi nel dubbio e nell’angoscia?
Ho sognato di essere un uccello capace di volare alto, capace di perforare le nuvole e vedere cosa vi si nasconde dietro; capace di volare al di sopra delle miserie umane, e dall’alto indicare agli altri che una strada c’è che conduce a lui, ma al mio risveglio le ali erano tarpate e non sapevo più né volare né camminare.
Per questo motivo ho preso la decisione di andarmene, di lasciarti.
Perdonami, Agostino per tutto il male che ti ho fatto in questi anni. Ti prego non cercare di trovare delle ragioni per riportarmi indietro o per giustificarmi, accetta solo di buon animo la mia scelta e quando vorrai annunciarlo alla nostra gente, chiama a te i nostri bambini, dà loro un bacio e dì loro che glie lo manda colui che se ne è andato per non fare loro del male. Dì loro che li amo e per questo ho dovuto lasciarli. Dì che preghino per me ed ogni volta che vorranno inviarmi un saluto, guardino verso il sole perché in qualunque parte del mondo mi troverò, quella sarà la mia direzione.
Ciao Agostino. Resta forte nella fede e nella carità. Fallo anche per me.
Tuo fratello nella fatica
Joseph.”
Piegò la lettera, la infilò nel breviario del confratello e poi lasciò la casa.
Arrivò all’ospedale, si recò da Lilian e le disse: “Lilian, sei pronta? dobbiamo andare”.
Lilian rimase stupita della presenza dell’amico e rispose: “Ciao, Amore. Andare dove?”
“Non lo so, il sole ce lo dirà. Mettiamoci in cammino assieme e lui ci indicherà il come e il dove. Questa volta più nessuno ci potrà separare”.
I due si avviarono, mano nella mano nella strada ancora deserta della città. All’orizzonte, dietro le colline, il sole si stava alzando. I due guardarono in quella direzione. “Guarda, Joseph, c’è una stella vicina al sole, come è possibile? Somiglia tutta alla dea del tramonto, anche se è l’alba”.
“È Joel che ci incoraggia nel nostro cammino”.


