martedì 30 ottobre 2007

Capitolo XXI La dea del tramonto


CAPITOLO XXI

Il mattino dopo si svegliò. Si trovava in un letto di ospedale. “Dove sono?” chiese all’infermiera che le era accanto intenta a sistemare delle medicine sul comodino.

“Non si preoccupi, il peggio è passato. Ha subito un brutto trauma, ma ora sta bene”.

Sentiva un forte dolore all’addome; in quel momento si ricordò dell’accaduto. “E mio figlio?” Chiese preoccupata.

“Mi dispiace, nel cadere è rimasto colpito e non è stato possibile fermare l’emorragia che ha causato l’aborto. Per fortuna casa sua è vicina all’ospedale e quindi siamo riusciti a salvare lei”.

“Dio mio, mio figlio, mio figlio” esclamò scoppiando in lacrime. Chiese all’infermiera un pezzo di carta e una penna, vi scrisse un indirizzo; “Potrebbe per favore farmi chiamare questo sacerdote, è il nostro parroco”.

“Certo, signora”.

In quel momento entrò il padre di lei con il volto abbattuto e stanco: certamente quella notte non aveva dormito. “Scusami, non volevo, la collera è stata più forte di me. Il dottore mi ha detto che domani potrai lasciare l’ospedale e tornare a casa”.

“No, papà. Grazie. Tu credi in quello che mi hai detto ieri e io no. Non posso rovinarti la vita, e neppure la mia. Non c’è più posto per me in quella casa”.

“Ma cosa farai, dove andrai?”

“Non lo so”.

Padre e figlia rimasero in silenzio per lungo tempo, senza avere il coraggio di guardarsi in volto.

Dopo un po’ di tempo Joseph entrò trafelato. “Sono corso subito non appena ho saputo del tuo ricovero. Come stai?”. Lilian guardò il padre che non sembrava troppo entusiasta di quell’intrusione, poi con volto severo disse: “Papà ti dispiace lasciarci soli per un po’?”

Il padre lasciò la stanza. Lilian scoppiò a piangere: “È andato, Joseph, è andato, non c’è più. Me lo hanno portato via nel peggiore dei modi”.

“Lilian, cara, cerca di calmarti e spiegati meglio: Come sono andate le cose?”.

“Ho litigato con Raju e ci siamo lasciati definitivamente. Quando mio padre lo ha saputo si è infuriato, invocando il solito argomento dell’onore, e mi ha colpita. Io sono caduta e nel cadere il bambino è rimasto colpito. Ho cercato di proteggerlo, Joseph, perdonami, lo ho fatto per lui e per te, ma non ci sono riuscita”.

Joseph non riusciva a comprendere il senso di quelle parole, quindi cercò ancora di calmarla: “Non piangere più, fatti forza, senza dubbio hai fatto del tuo meglio. Ma cosa vuoi dire lo hai fatto per lui e per me?”

“Ancora non capisci, Joseph? Quel bimbo era tuo figlio. Raju non avrebbe mai potuto darmi un figlio, ed io non avrei mai voluto un figlio da lui. Quando lui ha scoperto questo, ha scoperto anche di noi due e mi ha cacciata. Perdonami Joseph”.

“Mio figlio, io avevo un figlio! Dio mio, Lilian, perché non me lo hai detto subito?!”

“Perché non volevo la tua pietà; non volevo obbligarti a fare qualcosa che non desideravi. Tu pensavi che la tua vita era legata solo alla tua vocazione e quindi non ho voluto che nostro figlio ti condizionasse. Ne avrei avuto cura io stessa. Non potevo avere te, almeno avevo quanto di più caro avresti potuto desiderare. Ora tutto è perso, tutto, mio figlio, mio marito, la mia famiglia. Potrai mai perdonarmi, Joseph, ho fatto morire tuo figlio”.

Joseph non seppe più cosa rispondere. Rimase in silenzio qualche attimo e poi riprese: “Io ci sono ancora, Lilian, ci sarò sempre per te; questa volta non scapperò. Troveremo una soluzione”.

Joseph tornò a casa distrutto e si diresse in cappella. Là estrasse un libro che da giovane lo aveva ispirato tanto e ora da tempo non leggeva più. Lo aprì e con sorpresa vi trovò una lettera. Era la lettera che aveva portato ad Ananda a nome di Joel e Ananda stessa gli aveva ridato durante la sua visita in India. L’aveva messa lì per leggerla con calma, ma l’eccitazione di quei giorni e le parole consolatrici di Ananda glie la avevano fatta dimenticare.

Ananda carissima, -diceva lo scritto steso da una mano tremula e stanca-, quando leggerai questa lettera io sarò già andato. Apri la finestra, e io da lontano spierò le tue reazioni, così non dovrai preoccuparti di rispondere. Il lungo giorno è finito ed ora posso riposare contento per quanto ho ottenuto.

Ti salutano tutti, anche i bambini che da sempre avresti voluto venire a servire e che forze maggiori mai ti hanno permesso di conoscere. Alcuni di essi sono qui con me perché le mie mani inesperte non sono state capaci di trattenerli sulla terra più a lungo.

Loro ti conoscono perché tutte le sere quando andavo a dare loro il bacio della buona notte dicevo che glielo mandava la loro mamma che abitava lontano. Quando essi mi chiedevano quando saresti venuta, io rispondevo che non potevi perché avevi tanti altri bambini a cui pensare e che ti fidavi di me. Ti vogliono bene sai, e anch’io te ne voglio. Per dodici anni ho assaporato ogni centimetro di questa terra che ti ha vista nascere e non ti vedrà mai morire, perché anche quando tu mi raggiungerai quassù, nel tuo villaggio tutti sapranno che tu continui a vivere. Per dodici anni ho atteso il momento che tu arrivassi qui a continuare la storia iniziata in quel viaggio nel deserto, ho atteso sapendo che non saresti mai venuta ed illudendomi che non fosse vero. L’amore è più forte della morte, ed ora queste parole si fanno realtà. Sentimi più vicino che mai perché sono lì con te”.

Le lacrime di Joseph bagnavano il foglio e lo lasciò cadere sul tavolo, si avvicinò alla finestra, rimosse la tenda e guardò. La stella era là, più brillante che mai. Lui lo sentì forte: Joel era là e da lassù lo guardava con lo stesso sguardo carico di amore con cui per anni lo aveva guardato invitandolo a procedere senza timori nella vita.

Il mattino dopo si alzò presto, preparò una valigia con le cose più importanti, poi si avvicinò alla cattedra, prese carta e penna e scrisse: “Caro Agostino, quando leggerai questa lettera io sarò già andato. Grazie della tua bontà e della tua pazienza. Non sono stato il migliore dei confratelli che avresti voluto, spesso irrequieto, spesso suscettibile, spesso affrettato, e tu pazientemente hai camminato al mio fianco.

Troppe volte mi sono chiesto che senso avesse tutto questo mio correre ed agire, ed ogni volta le convinzioni che mi avevano spinto fin qua mi sembravano lontane.

Temo di aver perso la fede, Agostino, non solo la fede in Dio, ma anche la fede nell’uomo e la fede in me stesso. Che senso ha il mio rimanere qui a fare il prete se non credo in quel che dico, se non pratico quello che chiedo agli altri di fare.

Mille volte nell’iniziare le mie omelie avrei voluto che loro venissero al posto mio a raccontare le loro storie, le loro fatiche quotidiane, e senza dubbio quello sarebbero state un messaggio migliore delle mie parole vuote.

Mi sono scontrato con l’indifferenza, l’egoismo, la superbia e nel tentare di combatterle le ho fatte mie ed ho inflitto ai miei cari, ferite più grandi di quelle dalle quali volevo proteggerli. Più volte mi hai invitato ad andare a riposarmi per ricercare la luce, sono andato, pensavo di averla trovata ma era solo un’illusione ed il buio tornava più denso di prima. Mi chiedo se mai il sole esista. Perché se ne sta nascosto dietro le nuvole lasciando noi nel dubbio e nell’angoscia?

Ho sognato di essere un uccello capace di volare alto, capace di perforare le nuvole e vedere cosa vi si nasconde dietro; capace di volare al di sopra delle miserie umane, e dall’alto indicare agli altri che una strada c’è che conduce a lui, ma al mio risveglio le ali erano tarpate e non sapevo più né volare né camminare.

Per questo motivo ho preso la decisione di andarmene, di lasciarti.

Perdonami, Agostino per tutto il male che ti ho fatto in questi anni. Ti prego non cercare di trovare delle ragioni per riportarmi indietro o per giustificarmi, accetta solo di buon animo la mia scelta e quando vorrai annunciarlo alla nostra gente, chiama a te i nostri bambini, dà loro un bacio e dì loro che glie lo manda colui che se ne è andato per non fare loro del male. Dì loro che li amo e per questo ho dovuto lasciarli. Dì che preghino per me ed ogni volta che vorranno inviarmi un saluto, guardino verso il sole perché in qualunque parte del mondo mi troverò, quella sarà la mia direzione.

Ciao Agostino. Resta forte nella fede e nella carità. Fallo anche per me.

Tuo fratello nella fatica

Joseph.”

Piegò la lettera, la infilò nel breviario del confratello e poi lasciò la casa.

Arrivò all’ospedale, si recò da Lilian e le disse: “Lilian, sei pronta? dobbiamo andare”.

Lilian rimase stupita della presenza dell’amico e rispose: “Ciao, Amore. Andare dove?”

“Non lo so, il sole ce lo dirà. Mettiamoci in cammino assieme e lui ci indicherà il come e il dove. Questa volta più nessuno ci potrà separare”.

I due si avviarono, mano nella mano nella strada ancora deserta della città. All’orizzonte, dietro le colline, il sole si stava alzando. I due guardarono in quella direzione. “Guarda, Joseph, c’è una stella vicina al sole, come è possibile? Somiglia tutta alla dea del tramonto, anche se è l’alba”.

“È Joel che ci incoraggia nel nostro cammino”.

Capitolo XX Decisioni e rigidezza



CAPITOLO XX

Joseph arrivò a Bangalore di sera. Per tutto il viaggio aveva ripensato a quel biglietto trovato sulla sua cattedra. Che ci faceva Lilian a Bangalore? E perché se ne era andata in un hotel invece che andare dalle sue vecchie consorelle? Forse si vergognava un po’ per averle lasciate, ma non aveva fatto niente di male. “Tutta sola”, diceva. Quindi lo aspettava? Questo suscitava in lui una lotta terribile tra ciò che doveva fare, voleva fare e gli sarebbe piaciuto fare. Era qui per riposare, non per aumentare la tensione. Ma lei era là e lo aspettava. Aveva scritto “vedi tu cosa vuoi fare”, quindi poteva scegliere; ma senza dubbio lei lo desiderava là, altrimenti non lo avrebbe invitato. Con tutta questa confusione in testa si avviò verso la stazione dei pullman locali da dove partiva quello per il suo paese, ma la trovò vuota. L’ultimo bus era già partito, il prossimo era solo l’indomani mattina alle sette e trenta. “Dannazione!” esclamò tra sé. Si mise le mani in tasca, estrasse il biglietto poi si avvicinò ad un rickshaw e disse: “Coles park, per favore”.

L’hotel era dignitoso, con un grande atrio d’ingresso e un enorme banco per i clienti. A sinistra si intravedeva un ristorante mentre a destra si sentiva il vociare di persone probabilmente in un bar. Si avvicinò al bancone e chiese: “La Signora Manju Prakash, per favore”.

“Sua moglie la sta aspettando in camera, signor Prakash, numero 205 al secondo piano”.

Joseph rimase colpito nel sentirsi chiamare signor Prakash, ma fermò per tempo la smorfia che si stava affacciando sul suo volto e si avviò verso l’ascensore.

Quando bussò alla porta sentì da dentro la voce di Lilian dire: “Un momento!”. Il cuore cominciò a battergli forte. Lei aprì la porta. Indossava una bella vestaglia da camera color arancio adornata di fiori. Nella mano destra teneva un asciugamani col quale si stava strofinando la testa. “Scusami dell’accoglienza poco elegante, ma ho appena finito di farmi una doccia”. Poi gettò via l’asciugamano e abbracciò Joseph, spingendo con il piede la porta che si chiuse sbattendo.

“Cominciavo a temere che non saresti più arrivato” disse Lilian.

“Come facevi a sapere che sarei venuto?”

“Perché so che in fondo lo vuoi più di ogni altra cosa”.

“Cos’è questa storia del signor Prakash? È lui o me che stavi aspettando?”

“Non essere sciocco, mio marito è un maniaco del lavoro, non troverebbe mai il tempo di venire fin quaggiù. Non potevo certo dire al portiere che aspettavo il mio amante”.

“Grazie per il termine. Lo sai, stavo andando a casa, sono qui solo perché non c’erano più bus disponibili. Prenderò quello di domattina”.

“Chiamala fortuna o sfortuna, provvidenza o tentazione del diavolo. Puoi andare quando vuoi, non ti ho mai chiesto di amarmi e ti ho lasciato libero di venire qui. Il Signore ti ha ricondotto a me e io lo ringrazio per quanto mi ha dato”.

“Non essere blasfema, non attribuire al Signore quello che è solo frutto della tua passione”.

“Avanti con la predica, reverendo peccatore, perché sei qui allora? Perché vuoi peccare? È questo il motivo per cui mi ami? Perché vuoi essere un trasgressore per un’altra notte? Non ti rendi conto una buona volta che stai lottando contro te stesso? Da quando ti ho rincontrato non hai fatto altro che mettere i tuoi principi contro i tuoi desideri, creando due persone in te stesso e in qualsiasi direzione tu vada sei sempre infelice perché pensi all’altra. Sei con me e vorresti essere il prete perfetto, fai il prete e pensi a quello che potresti avere con me. Smettila una buona volta di torturarti. Se davvero credi in quello che dici vattene subito di qui, ma non pensarci più, falla finita una volta per tutte con i tuoi desideri, ma, se come penso, non ci credi più, allora abbi la coerenza di dire che la tua cara Chiesa potrebbe essersi sbagliata e sii felice di questo momento che abbiamo da vivere insieme”.

Joseph rimase senza parole. Sarebbe stato inutile cercare di controbattere. Il semplice motivo di essere lì dimostrava che Lilian aveva ragione. Lei lo prese per un braccio, lo trascinò verso il tavolo apparecchiato: “È un po’ tardi per la cena, ma ti ho aspettato lo stesso”.

I giorni passarono e lentamente i due dimenticarono tutti i problemi che si erano lasciati alle spalle a Bhubaneshwar. Non uscirono a visitare Bangalore, città che conoscevano anche troppo, si accontentarono di godere l’uno la presenza dell’altro nella piccola camera dell’hotel, parlando, discutendo, progettando.

La sera della festa erano sul balcone ad ammirare i fuochi d’artificio che da ogni angolo partivano illuminando di colori il cielo scuro.

“Da bambino” disse Joseph, “ho sempre amato questa festa. Ti riempie di gioia, di voglia di vivere. Anche gli slums si trasformano. Poi crescendo ho cominciato a criticarla: perché spendere tutti questi soldi per qualcosa che dura tre secondi, ti dà l’illusione della luce e poi ti fa ripiombare nel buio più stordito di prima. Ma forse hanno ragione loro che senso ha preoccuparsi per cose alle quali non possiamo dare una soluzione? Meglio illudersi per un istante e lasciare che il domani si prenda cura di se stesso”.

Lilian lo guardò con un pizzico di malinconia in cuore e poi rispose: “Non chiamarlo ‘illudersi’, chiamalo ‘sperare’. Anche se nulla mai cambierà nella loro vita, il ricordo della gioia di questa notte li farà camminare per tutto l’anno sapendo che la festa verrà di nuovo. È come un rinascere ogni giorno e pretendere di non sapere come andrà la giornata. Ricordi Lakshmi, da bambina sognava che il principe azzurro sarebbe venuto a prenderla. Quando ha smesso di sperare non ha più avuto il coraggio di affrontare la vita. Non giudicare questa gente, Joseph. Questa filosofia di vita ha permesso a loro e a noi di vivere per secoli”.

“E noi?” replicò Joseph con un po’ di provocazione nella voce.

Non lo so. Forse domani torneremo a Bhubaneshwar, ci ritufferemo nella vita quotidiana, ci faremo ingoiare di nuovo dai nostri problemi. Ma questi giorni trascorsi assieme non sono un botto destinato ad illuminare il nostro cielo solo per pochi istanti. Permettimi di sognare, Joseph, non risvegliarmi col tuo cinismo”.

I due rimasero a lungo in silenzio contemplando il cielo che ad ogni botto assumeva colori diversi. L’ombra degli alberi, contro luce, si innalzava nera quasi a rappresentare fantasmi in agguato nella notte, ma lo sfondo era a volte rosso, a volte giallo, a volte verde o blu e alto sull’orizzonte brillava la stella di Joel.

Altri tre giorni passarono e naturalmente Joseph non andò al suo paese. Poi arrivò il tempo di tornare in Orissa.

“Domani devo rientrare”, disse Joseph con una punta di rammarico.

“Va bene, è meglio che anch’io torni a casa, Raju mi aspetta, e i bambini a scuola pure”.

“Che sarà di noi, ora?”.

Non ricominciare con quelle angosciose questioni. Lascia che sia il Signore a guidarti. Quello che sarà appartiene al domani, io sono felice per il presente. Questa notte potrebbe anche essere l’ultima notte d’amore, ma certamente me la gusterò fino all’ultimo istante”.

Fu duro tornare alla vita quotidiana di Balajinagar dopo la vacanza a Bangalore, ma il problema principale sarebbe stato un altro che nessuno dei due si aspettava.

Raju rientrò a casa prima del solito. Non aveva ancora visto Lilian, ma lei lo aveva chiamato non appena arrivata. Per telefono gli era sembrato che la sua voce fosse più fredda del solito e questo l’aveva preoccupata un po’.

Non appena lo vide rientrare gli corse incontro e l’abbracciò: “Ciao caro, come va il lavoro?”

“Bene, tu piuttosto, come è andata la tua vacanza?”

“Bene, non ho fatto altro che riposarmi, ora mi sento molto più forte”.

“Hai rivisto tutte le tue amiche di una volta?”

“Sì, non molte a dire il vero, alcune sono state trasferite”.

“Strano, due giorni fa, volevo parlarti e ho chiamato il convento, tuo padre me ne ha dato il numero, e sembra che là non ti abbiano mai vista, allora ho chiamato la scuola dove lavori sperando che il tuo direttore, quel tal padre Joseph potesse dirmi qualcosa di più, ma sembra che anche lui come te fosse sparito dalle parti di Bangalore. Non è che per caso mi stai nascondendo qualcosa?”

Lilian si fece pallida in volto ma cercò di vincere l’imbarazzo voltandosi per prendere due bicchieri di birra che aveva preparato: “Cosa vuoi che ti nasconda? È un puro caso, se entrambi siamo mancati allo stesso tempo. Riguardo al convento, con che suora hai parlato, forse è una di quelle nuove arrivate, comunque mi hanno dato un appartamentino da sola e quindi è facile che sia passata inosservata per chi non mi conosce”.

“Vedi, cara, ho sempre pensato che il nostro rapporto non è dei migliori, credevo che lasciarti lavorare potesse servire ma le cose sono peggiorate, infine credevo che il bambino che porti in grembo potesse aiutarci, ma anche questo ha peggiorato la situazione. Quando ho sentito che sia tu che quel prete eravate spariti nello stesso periodo ho cominciato a temere che due più due faccia quattro. Sono andato da un mio amico a fare delle analisi, e ho scoperto di essere sterile. Manju, quel figlio non può essere mio. È figlio suo, vero?”

A questo punto il volto di Lilian si fece rosso fuoco e lei non riuscendo più a trattenere la rabbia scoppiò in pianto: “Non te l’ho chiesto io di sposarmi, avete fatto tutto tu e mio padre. Io non so cosa lui ti abbia promesso, ma certamente io non l’ho mai voluto questo matrimonio. Ti ringrazio perché hai salvato l’onore della mia famiglia ed hai fatto di tutto per farmi felice, ma non sei tu l’uomo che amo”.

“Allora cosa dobbiamo fare ora?”

“Questo non lo so, tocca a te decidere, tanto in questa società sembra che solo gli uomini possano decidere ciò che vogliono, e le donne solo obbedire”.

“Cosa vorresti dire? Io ti ho rispettata in questi anni e non ti ho fatto mancare nulla. Vorresti forse che dimentichi tutto e faccia finta di niente? Pensi forse che riuscirei ad accettare di veder crescere in casa un figlio che non è mio e pensare che ogni volta che tu lo guardi pensi a suo padre? Pensi forse che potrei accettare l’idea che ogni volta che non sei al mio fianco potresti essere tra le braccia del tuo amante? Scusami, ma la mia missione di salvatore del tuo onore è finita, ora ti devi arrangiare con tuo padre, io non c’entro più”.

Quella sera Lilian rimase nella camera degli ospiti. I pensieri si rincorrevano nella sua mente. Cosa avrebbe detto a suo padre? Chiaramente non poteva più vivere qui, e neppure contare sull’appoggio di Raju; ma che scusa avrebbe potuto portare al padre per giustificare il suo ritorno a casa? Certamente lui sarebbe andato a chiederne ragione a Raju il quale non avrebbe fatto altro che dirgli la verità. Avrebbe potuto scappare senza farsi vedere da loro, semplicemente andare in un’altra città e ricominciare, sì, ma dove e come? Una donna sola ed incinta non avrebbe certamente avuto vita facile in un paese come l’India ancora così attaccato a pregiudizi antichi. Era meglio affrontare il padre dicendogli la verità. Era venuto il momento in cui lei avrebbe dovuto difendere i suoi diritti e quelli di suo figlio. Al diavolo tutte le tradizioni antiche, era sua figlia, non una qualunque.

Il mattino successivo si fece forza e si avviò a casa. Parlò a lungo con la madre in attesa che il padre tornasse dal lavoro per il pranzo.

“Lascia che glie ne parli io”, disse la madre preoccupata.

“No, non servirebbe, è una questione che devo risolvere da sola”.

“Tu non sai bene come prenderlo, lascia almeno che introduca io il discorso”.

Il padre arrivò e la moglie lo accolse: “Vieni, caro, siediti qui, abbiamo un argomento importante da affrontare assieme”.

I due si avviarono nella sala dove dopo poco entrò Lilian portando dei bicchieri pieni.

“Tu sai che Manju ha vissuto dei momenti difficili con Raju, specialmente dopo la sua gravidanza. Ora le cose sembrano deteriorate e lei ha deciso di tornare a casa”.

Il padre si alzò di colpo: “Cosa? Tornare a casa? Quella è la sua casa, con suo marito.”

Lilian non poté sopportare l’arroganza del padre: “Perché? A fare come tutte le donne indiane fanno da secoli coi mariti: la schiava dell’uomo che il padre ha scelto per loro? È ora di finirla con queste storie in cui noi siamo degli esseri inferiori”.

“Non ti permetto di insultare tua madre e me. Per tanti anni siamo vissuti felici assieme ed abbiamo amato i nostri figli. Ora tocca a te amare tuo marito e vostro figlio”.

“Tu e mamma vi siete amati perché vi siete scelti, io non ho scelto Raju e non l’ho mai amato e mai lo amerò e riguardo a mio figlio, beh, se oggi sono qui è proprio per lui, dato che non è figlio di Raju e lui non lo accetterà mai”.

Al sentire quelle parole la collera del padre scoppiò. “Disgraziata, ancora una volta tu hai portato disonore a questa casa”, e così facendo colpì violentemente in volto Lilian, che impreparata cadde sbattendo con il ventre sullo spigolo del tavolo retrostante.

Provò un dolore acuto e svenne.

Capitolo XIX Confusione

CAPITOLO XIX

Quando Agostino rientrò a casa al pomeriggio trovò il confratello a letto.

“Cosa succede? Tutto bene? Hai la faccia di uno che è stato investito da un camion”.

“Non è niente. Mi sentivo particolarmente stanco a scuola e così sono venuto a casa presto. Penso di avere un po’ di febbre”.

Agostino notò la bottiglia di whisky sul tavolo e i due bicchieri, poi disse: “Da quando in qua uno con la febbre beve whisky? Tu poi che non sopporti neanche il vino da messa. Sei sicuro di non aver niente da raccontare”.

“Non ti preoccupare, solo problemi minori che si possono risolvere presto”.

“Se lo dici tu. Ti preparo un po’ di brodo caldo per cena”.

Per tutta la sera e la notte la testa di Joseph fu come un vulcano. Pensieri inseguivano pensieri ed erano sempre più neri. Cosa poteva fare? Fuggire? Andare dal Vescovo, dalla polizia? Certo loro avrebbero potuto fare qualcosa, ma ormai sapeva che anche loro temevano Digal. E Lakshmi? Qual’era il suo piano? “Prega il tuo Dio che abbia misericordia di me nella prossima vita”, aveva detto. Stava per suicidarsi. Doveva fermarla, ma come? Non sapeva dove fosse andata”.

Si alzò presto al mattino, si recò dalla polizia alla sede centrale in città, chiese dell’ufficio persone smarrite e si presentò: “Sono Fr. Joseph, un sacerdote cattolico residente a Balajinagar. Come lei sa noi riceviamo tante confidenze dalla gente. Ieri si è presentata a me una ragazza di forse vent’anni, forse di meno. Era molto turbata e parlava in modo confuso. Io non vi ho dato molto peso, ma poi ripensando alle sue parole mi è venuto il dubbio che voglia commettere qualche sciocchezza”.

“Padre, se vuole che la aiutiamo deve darci più particolari. Bhubaneshwar è una città vasta, non possiamo fermare tutte le ragazze di vent’anni. Cerchi almeno di descrivermela”.

“Non ho molto da dire. Ha detto di chiamarsi Lakshmi e che lavora in un locale notturno. Carina, non troppo alta”.

A quelle parole il capo di polizia prese un giornale dalla scrivania a fianco, lo mostrò al prete e disse: “Assomiglia forse a questa?”

Il giornale portava come titolo di prima pagina: “Noto Boss della mafia ucciso nella notte. L’assassina, una giovane ballerina in uno dei suoi locali, subito dopo si è tolta la vita: vendetta?”

Il capo della polizia vide il volto di Joseph diventare bianco, poi continuò: “Se questa è la sua amica ha fatto proprio un bel lavoro. Si è recata da questo Digal, gli ha sparato in fronte e poi si è sparata in bocca. L’autopsia dice che era incinta da poco più di due settimane. L’esame del DNA dovrebbe dirci qualcosa di più sulla paternità del bambino, ma se come penso centra Digal, il mistero è risolto. Piuttosto, che ci faceva da lei una ragazza come quella? Se non sbaglio non è cristiana e non abitava a Balajinagar. A proposito: Mi sembra che questo Digal abbia già avuto a che fare con la sua parrocchia, o mi sbaglio?”

Gli occhi di Joseph erano ancora fissi sul giornale. Il poliziotto riprese: “Comunque questa ragazza, nella sua incoscienza ci ha fatto un grosso favore: ci ha tolto di mezzo uno dei problemi più grossi. La pregherei di lasciare al mio collega il suo recapito perché forse avremo bisogno di farle delle domande”.

“Certamente”, replicò Joseph con voce molto assente.

Tornato a casa non si rese neanche conto della presenza del confratello ma si diresse verso la sua camera. Agostino notò che c’era qualcosa che non andava e si rivolse a lui in modo scherzoso: “Da che pianeta sbuchi? Hai l’aria di uno che ha incontrato i marziani. Sei entrato in casa e non mi hai nemmeno salutato”.

“Scusami Agostino, proprio non ti avevo notato, da ieri sono successe tante di quelle cose che non so più cosa pensare”.

“Niente che tu voglia raccontarmi?”

“Scusami, Agostino, ultimamente ti ho lasciato un po’ da parte. Ho vissuto delle situazioni strane ed ho avuto paura a condividerle. Ieri è venuta da me una ragazza, una che lavorava per Digal, mi ha raccontato disperata di violenze subite e minacce. Io non ho capito niente del suo discorso e non vi ho dato peso. Stamattina ho avuto come un brutto presentimento e sono corso dalla polizia per sapere se la conoscessero, e ho scoperto che durante la notte lei è andata da Digal, lo ha ucciso e poi si è suicidata. La storia è su tutti i giornali. Capisci non mi ero reso conto che questa ragazza era disperata e mi stava chiedendo aiuto. Chissà quante altre persone sto rifiutando in questo modo, chissà quanti soffrono per i miei errori e muoiono per la mia noncuranza. Siamo qui per servirli e stiamo diventando sempre più staccati da loro. Anche l’essere venuti ad abitare qui non ha aiutato come avrebbe dovuto. Non so più cosa fare, cosa pensare. Ho l’impressione che tutta la mia vita sia stata un fallimento, un correre a vuoto senza meta, rincorrendo una chimera che si divertiva alle mie spalle”.

“Sei solo un po’ stanco, Joseph, hai vissuto esperienze forti e insolite. Prenditi un po’ di riposo, ma riposo vero, lontano da ogni attività. La parrocchia e la scuola possono attendere. È meglio rimanere qualche giorno senza pastore e poi riaverlo in buone condizioni che continuare ad averlo malandato.

La settimana prossima arriva la festa di Diwali, la festa Hindu dell’autunno quindi la scuola è chiusa per alcuni giorni. Approfittane”.

“Grazie, Agostino, sei gentile a sacrificarti per me”.

“Non preoccuparti, è anche mio interesse riaverti in buone condizioni”.

Il giorno seguente Joseph si diede da fare a preparare tutto in modo che la sua assenza non pesasse sulle attività della parrocchia.

Lilian lo vide indaffarato nel suo ufficio e vi fece capolino.

“Come stai, Lilian?” chiese Joseph all’amica.

“Io bene, tu piuttosto? Ti vedo sempre teso, preoccupato, sei dimagrito, sei scorbutico, sempre di corsa anche quando non hai nulla da fare. Le cose normali di ogni giorno ti sono diventate pesanti. Pure con me sei diventato freddo. Ti ha forse ferito quello che ti ho detto il mese scorso?”.

“No, Lilian, scusami! non è colpa tua. Sono tante le cose che mi deprimono e non so darmene una ragione. Però devo ammettere che la notizia del tuo bambino mi ha reso un po’ geloso, non il bambino, intendimi, ma il rapporto che tu hai con tuo marito, ormai appartieni a lui e ho avuto paura di averti persa”.

“Se mi hai persa è solo colpa tua. Ti ho già detto che il rapporto con mio marito non è affatto buono, ma tiriamo avanti. Il bambino è la cosa migliore che potesse accadere nella mia vita. L’uomo che amo non lo posso avere, quello che ho non lo amo, questo bambino è mio e nessuno lo ruberà dalle mie mani”.

“Mi dispiace sentirti parlare così. Comincio a credere che davvero la vita sia una maledizione da cui non possiamo sottrarci. Ma vorrei che almeno tu fossi felice. Hai letto nei giornali di quella ragazza che si è uccisa dopo aver ucciso Digal? Pensa, lo ha fatto solo per me. Non mi conosceva neppure, ma siccome sono un prete, un uomo di Dio, lei che non era neanche cristiana ha dovuto uccidersi. Chi sono io per meritarmi questo, per decidere della vita degli altri? Come faccio a sopportare questo peso? Mi chiamano padre e non so neanche cosa voglia dire avere un figlio. Ora tu ne hai uno nel grembo e fra non molto tuo marito potrà dire di sapere cosa vuol dire essere chiamato padre. Io no. La mia vita è tutta una contraddizione. Forse sarebbe stato meglio se non fossi mai diventato prete, se fossi rimasto nel mio villaggio come tutti i miei fratelli”.

Questa volta Lilian non rispose. Avrebbe voluto farlo, rivelargli il segreto del suo bambino, ma non lo fece, si morse le labbra e con il capo annuì: “Però non mi avresti incontrata”.

“È vero, ma non posso averti lo stesso, i miei voti me lo impediscono. Siamo amici, ma questa amicizia ti ha fatto solo del male. La settimana prossima, in occasione del Diwali, me ne andrò a casa mia nel sud a riposarmi. Ho bisogno di dormire, recuperare forza e convinzione. Quando ero andato da Sr. Ananda due mesi fa, credevo di aver ritrovato la pace, invece tornato qui mi è ripiombato addosso il mondo. Abbi cura di te stessa”.

“Lo farò”.

Lilian tornò a casa agitata. Le parole di Joseph le avevano messo addosso rabbia: possibile che dovesse essere così pauroso, così legato a dei principi nei quali ovviamente non credeva più. Possibile che fosse così cieco, che non si accorgesse dell’amore che lei provava? O forse se ne accorgeva e proprio questo lo intimoriva, come se l’amore fosse qualcosa di proibito che lo avrebbe mandato all’inferno. Ora lui sapeva che lei era sposata e questo era un ulteriore ostacolo. Possibile che non fosse arrivato a pensare che lui era il padre del bambino?.

Tutta questa situazione non la lasciava per niente tranquilla. Doveva fare qualcosa, ma cosa?

Quando il marito tornò dal lavoro si sedettero a tavola lei affrontò il discorso. “Senti, caro, sono al quarto mese di gravidanza e mi sento stanca. Il lavoro mi ha portato un po’ di stress, e l’ambiente di casa non mi aiuta affatto. Adesso arriva la festa di Diwali e se non ti dispiace vorrei prendermi una settimana di riposo”.

“Certo, penso che ne hai bisogno. Quando mi hai dato la notizia di nostro figlio ho gioito perché ho pensato che lui avrebbe portato quell’unione che manca tra di noi, pensavo potesse diventare per te un motivo di più per amarmi, io padre di tuo figlio. Ma mi accorgo che invece non è stato così. Sei diventata più sospettosa, più irascibile come se io rappresentassi un rischio per lui. Non so chi biasimare per questo. Se la ragione è il lavoro e lo stress, ben venga questa vacanza; ma dove penseresti di andare?”

“Pensavo di andare dalle suore dove ero prima a Bangalore. Rivedere un po’ di facce amiche mi farà bene, il clima è fresco. Tutto mi aiuterà a risollevarmi”.

“Vuoi che ti accompagni così viaggiando in macchina sarai più comoda?”

“No, non c’è bisogno. Non è la stanchezza fisica che mi preoccupa. Essere un po’ da sola nel viaggio non mi farà male, ma mi aiuterà a pensare”.

Era fatta, ora doveva trovare il modo di tirare Joseph a sé. Chiamò la madre di una sua ex allieva a Bangalore la quale gestiva un hotel, e fissò una camera per la settimana seguente.

Quando Joseph arrivò nel suo ufficio per l’ultimo giorno di scuola, trovò una busta sulla sua cattedra. La aprì e vi trovò un biglietto. Riconobbe subito la calligrafia di Lilian. Il biglietto diceva: Hotel Rajakistan, Coles Park - Bangalore. Io sarò lì da sola per tutta la settimana, vedi tu cosa vuoi fare.

venerdì 26 ottobre 2007

Capitolo XVIII Vendetta

CAPITOLO XVIII

Rimaneva il problema della casa. Joseph decise che bisognava affrontare il discorso chiaramente con Agostino, altrimenti non si sarebbero mai decisi. In cuor suo sperava che l’intensificarsi delle attività lo aiutasse a dimenticare un po’ i problemi, ma si espresse molto diplomaticamente.

“Penso che sia venuto il momento di continuare con il nostro programma. Ora la scuola è avviata, dobbiamo dare il via all’ambulatorio. Ogni giorno vengono centinaia di ragazzi e questo è il modo e il posto migliore per tenerli sotto controllo dal punto di vista della salute. Poi, un po’ alla volta, anche gli adulti verranno”.

“Ma non temi che il tuo amico Digal ti metta il bastone tra le ruote? Te lo ha promesso che prima o poi si farà vivo. Non stuzzicare il can che dorme”.

“Così facendo ha già vinto in partenza. Non possiamo aspettare in eterno. Lui tenterà di bloccarci, noi dovremo fare in modo che sia la gente ad appoggiarci”.

“Già l’altra volta ti ha dimostrato che basta una sua parola perché tutti si inchinino verso di lui, come pretendi che d’improvviso diventino coraggiosi e seguano te?”

“L’altra volta eravamo ancora nuovi per loro, ma pian piano hanno cominciato a conoscerci e ad apprezzare quello che facciamo. Dobbiamo incrementare il più possibile la loro fiducia verso di noi, ma per fare questo, però dobbiamo mostrare loro che sappiamo mantenere la parola data. Quindi penso che la prima cosa da fare sia trasferirci a vivere in Balajinagar. Ho già contattato Sedheer, il nostro vicino, ed egli è disposto a venderci la sua casa. Lui vuole tornare al suo villaggio a lavorare i campi. Non ha titoli di proprietà ma la casa non è male e come inizio potrebbe bastare”

“Per me tu sei completamente fuso. Spendere soldi per una casa che non sarà mai nostra, lasciare questa comoda per pagare e andare a vivere in una dove comodità non ce ne sono, igiene men che meno. Cosa ti aspetti che dica quella gente: che siamo degli eroi?”.

“No! Non mi sono mai sentito tale, ma voglio che sappia che siamo sinceri e siamo venuti a vivere da fratelli e non da filantropi. La vita non sarà facile, ma vivendo là il nostro influsso sarà doppio e le speranze di riuscire, pure”.

“E la rabbia di Digal, invece, sarà tripla. Tu vuoi stuzzicarlo su due fronti, non te ne basta uno”. Agostino sapeva che Joseph aveva ragione, lo sapeva già da tempo che avrebbero dovuto fare così, ma la paura era ciò che più di tutto lo tratteneva.

La decisione fu presa e in meno di una settimana il trasloco fu fatto. La domenica seguente poterono annunciarlo alla gente, assieme alla notizia che i lavori per l’ambulatorio erano iniziati e presto un dottore avrebbe iniziato a fare visite regolari.

Naturalmente la notizia arrivò anche al centro civico di sviluppo dove fu appresa in modo per nulla favorevole.

“Vuole guerra? E guerra sia!” disse Digal infuriato.

Il giorno dopo due dei suoi scagnozzi incontrarono Joseph che camminava per strada. Si avvicinarono a lui, e senza farsi vedere dalla gente, uno gli puntò il coltello alle costole in direzione del cuore.

“Padre, il capo non è affatto contento della vostra venuta. I patti erano chiari: sareste rimasti fuori dai piedi e non avreste fatto nulla senza chiederlo a lui. Ora cos’è questa storia della casa nuova e dell’ambulatorio? I casi sono due: o noi scegliamo il dottore che vogliamo o non se ne fa niente”.

Joseph dentro di sé tremava tutto, ma si fece forza per non farlo notare: “Dite pure al vostro padrone che i patti erano chiari per lui, non per me. L’ambulatorio è per aiutare la gente povera, non per ricattarla, e riguardo al nostro abitare qui, ditegli che se vuole del buon tè può venire a visitarci di persona, sono felice di ricambiare quello che lui mi ha offerto la volta scorsa”.

I due scagnozzi cercarono di impaurirlo facendo un po’ di pressione con il coltello, ma proprio in quel momento a distanza sbucò un gruppo di persone che chiamò Joseph: “Padre, tutto bene?”

“Sì, sì! Precedetemi pure in chiesa, io finisco due chiacchiere con questi amici del centro civico e vi raggiungo”.

“Bene, prete, disse l’uomo del coltello, per stavolta l’hai scampata, ma avrai presto nostre notizie”.

Tre settimane passarono.

Un mattino, mentre si trovava in ufficio a scuola, un’insegnante venne a dirgli che una signorina lo attendeva fuori per parlargli: “Dice che è qualcosa di urgente. Dice che lei la conosce e si chiama Lakshmi. Che faccio?”

Lakshmi, l’unica persona che conosceva con quel nome era stata la ragazza del locale notturno, ma come aveva fatto a rintracciarlo?

“Dille che vengo subito”. Si affrettò a finire i conti che stava facendo, poi chiuse il libro e si avviò fuori.

La ragazza lo attendeva seduta nell’atrio davanti all’ufficio. Joseph spiò dalla porta prima di uscire, per rendersi conto di chi fosse. Era proprio lei. L’immagine nella sua memoria era sfocata a causa della birra che quella sera aveva bevuto, ma il sorriso triste della ragazza mentre gli raccontava della sua famiglia, gli era rimasto impresso nella mente. Si avviò fuori cercando di mantenere la tranquillità, come se non la conoscesse. Si rivolse a lei in modo formale: “Buongiorno, signorina, posso esserle di qualche aiuto?”. Lei fu molto meno formale: “Ho bisogno urgente di parlarti da sola e con calma, dove andiamo?”

Joseph fu scosso: “Possiamo andare a casa mia, non è distante da qui”.

I due si avviarono a piedi lungo le strade di Balajinagar, senza proferire parola. Joseph cercava di capire quale fosse il motivo della venuta della ragazza, ma sentiva dentro di sé che non sarebbe stato alcunché di bello. Quando arrivarono in casa, la fece accomodare, poi le si sedette di fronte notando che ora la ragazza era particolarmente turbata. “Come hai fatto a rintracciarmi? Io quella sera non ti avevo neanche rivelato il mio nome. Ti vedo molto tesa: è successo qualcosa?”.

La ragazza scoppiò a piangere. “Ti ricordi di quella sera? Ti dissi che a noi non era permesso avere rapporti con i nostri clienti altrimenti la nostra carriera sarebbe stata rovinata. Il padrone ci tiene molto a questa regola. Lui non lo vediamo mai, ma i suoi scagnozzi controllano tutto. Ci giungevano voci che ogni tanto per il suo divertimento lui si servisse di qualcuna di noi, ma nessuna ha mai avuto il coraggio di ammetterlo.

“Un giorno fui chiamata nel suo ufficio. La porta si chiuse dietro di me ed io cominciai a tremare. Lui disse di non temere, mi mostrò una tua foto e mi chiese se ti conoscessi. Io dissi che mi sembrava di ricordare di averti visto una volta nel locale ma niente di più. Lui mi si avvicinò, mi colpì al volto, poi mi trascinò nella stanza accanto gettandomi su un letto, lì mi strappò i vestiti e mi violentò. Poi chiamò alcuni dei suoi uomini i quali mi portarono in un’altra stanza dove mi tennero per almeno una settimana. Ogni giorno sono stata violentata da qualcuno dei guardiani.

“Io non capivo il senso di tutto questo, cercavo di rendermi conto di cosa fosse accaduto ma nessuno si preoccupò di darmi spiegazioni. Solo alla fine della settimana il padrone mi richiamò e mi ordinò di non rivelare ad alcuno quanto era successo, neppure agli amici o ai parenti o sarebbe stata la fine per tutti loro”.

Ora il suo volto si fece rosso e il tono della voce arrabbiato: “Non era me che volevano, ma te. Non so cosa tu abbia fatto loro, ma il padrone mi mostrò queste foto”, e così dicendo estrasse dalla borsa delle fotografie dove Joseph era seduto al tavolo con la ragazza, in un’altra beveva birra, in altra guardava la ragazza mentre danzava. Lei continuò:

“Poi Digal mi disse: - Questo giovanotto è un prete, un fottuto prete che non sa fare i fatti suoi. Ora voglio che tu vada dalla polizia a denunciarlo di averti violentata. Inventa la storia che vuoi, le scuse che vuoi, ma fa in modo che ti credano e che la notizia giunga anche ai giornali. Voglio farla finita una volta per tutte con quel bastardo. E attenta a quello che dici, tu e la tua famiglia, siete tutti in pericolo -.

Non sono ancora andata dalla polizia. Volevo farlo, ma non ne ho avuto il coraggio, quel porco di Digal non può averla vinta così facilmente. Ti ho odiato per quello che mi è accaduto, ti ho odiato profondamente e ho odiato tutto il mondo, ho odiato la mia vita. Potevo fare come tante altre, obbedire e continuare in silenzio ma la rabbia bolle dentro. Io non so niente della tua religione, di voi preti, di quello che fate o no, se vi sposate, se andate a prostitute, non lo so e non mi interessa, ma se sei un prete, sei un uomo di Dio e se io ti faccio del male il tuo Dio mi punirà e punirà tutta la mia famiglia molto più di quanto farebbe Digal”.

Joseph era esterrefatto. Non aveva mai sentito nulla di così crudele. Neanche la mente più perversa avrebbe potuto pensare qualcosa del genere, e lui era la causa di tutto. Gli venne la nausea e sentì un forte bisogno di alzarsi. Si avviò verso la cucina, preparò due bicchieri con un po’ di whisky, ne porse uno alla ragazza e bevve di un sol sorso il suo.

Poi tornò a sedere e facendosi forza disse: “Mi dispiace, mi dispiace tanto. Non riesco a trovare parole per esprimere quello che passa nel mio cuore e il dolore per quello che è successo. Cosa posso fare? Quante persone care hai? Forse possiamo mandarti in un posto sicuro con tutte loro, lontano dall’Orissa e da Digal”.

“Sarebbe tutto inutile. Gente così trova sempre un modo per vendicarsi, e poi scomparsa io ricomincerebbe con un’altra. Digal va fermato. A dire il vero non so perché sono venuta qua, forse volevo rivedere ancora una volta il volto di colui per il quale tutto questo è accaduto. Comunquec’è una sola cosa fare, non c’è altra scelta: Se hai qualche potere con il tuo Dio pregalo che abbia misericordia di me nella prossima vita. Addio”. Detto questo si alzò e si avviò verso la porta.

Le ultime parole risuonarono nella mente di Joseph come una pugnalata. Si alzò per fermare la ragazza, ma ricadde subito sul divano. Il whisky ed il racconto sentito lo avevano annientato. Si ritrovò senza alcuna capacità di reagire, neanche di muoversi. Ancora una volta lui era di fronte alla sofferenza degli uomini, ancora una volta ne era stato la causa, ancora una volta era completamente impotente. Si lasciò andare in un pianto amaro. “Dio mio, perché? Perché ti sei fidato di me? Perché mi hai mandato qua? Io dovrei portare la tua misericordia, il tuo amore, il tuo conforto, ma sto portando solo rovina, divisione”.

Capitolo XVII Compromesso e confusione

CAPITOLO XVII

Guardian Angels clinic era un laboratorio medico in centro alla città gestito da religiose. Lilian era nella sala d’attesa ansiosa per i risultati degli esami che aveva appena fatto. “Mrs Manju Prakash” sentì chiamare. Il cuore cominciò a battere forte, non era sicura di voler ascoltare la notizia. Si avviò al banco a ritirare gli esami, e con voce tremula domandò: “Allora, cosa mi dice?”

“Congratulazioni, signora, lei aspetta un bambino”. Erano ormai passati due mesi dalla sera in cui Joseph si era fermato da lei. Da allora il suo normale ciclo di mestruazioni si era bloccato. La scuola era iniziata, la fatica era aumentata, e lei si sentiva molto più stanca, in alcuni momenti aveva provato anche sensazioni di vomito, ma attribuiva tutto allo stress del lavoro. Joseph si era assentato per circa un mese e da quando era rientrato era molto occupato a recuperare tutto il lavoro arretrato, quindi si erano visti spesso di sfuggita, un saluto, un sorriso ma senza passare alcun tempo a parlare assieme. Fu sua madre a dirle, “Io ti consiglio di fare un test di gravidanza, dopo tutto è più di un anno che sei sposata, quindi mi sembra più che normale che tu sia incinta”. La prospettiva l’aveva spiazzata. Non aveva per nulla pensato a questo, in oltre un anno di vita coniugale con Raju, avevano fatto l’amore regolarmente, ma non le era mai capitato di rimanere incinta, forse perché lei subiva la cosa non vi partecipava attivamente, e questo rendeva difficile raggiungere un vero orgasmo. Da quando poi aveva ritrovato Joseph, la sua passione per Raju era ulteriormente diminuita. Ora sentiva dentro di sé fortemente che il bimbo che portava in grembo era figlio di Joseph, ma questo sarebbe rimasto il suo segreto. Ciò che Joseph non poteva e voleva dargli, lei lo aveva preso da sola. Non poteva avere lui, ora ne aveva il figlio e nessuno lo avrebbe mai saputo.

Si trattava di presentare la cosa al marito. Arrivò a casa, preparò il piatto preferito di Raju, apparecchiò la tavola nel modo migliore, con dei fiori in mezzo e poi lasciò andare a casa la cameriera.

Quando Raju rientrò dal lavoro fu felicemente sorpreso dalla tavola imbandita; si diresse dalla moglie e salutandola con un bacio disse: “Mi sono forse dimenticato di qualche anniversario?”

“No, tu sei preciso come sempre, ma ho una buona notizia da darti e dobbiamo festeggiare, prima ci sediamo a tavola e gustiamo la cena e poi ti dirò”.

Al termine della cena Raju era incuriosito; il volto di Lilian era insolitamente raggiante e sorridente, ma al tempo stesso c’era qualcosa di timido in lei che tendeva a nascondersi. “Allora, cos’è questa buona notizia?”

“Sto aspettando un bambino, sono incinta di due mesi”.

“Questa è una cosa bellissima, vedrai che adesso tante cose cambieranno nel nostro rapporto”.

Lilian fu sollevata dall’entusiasmo del marito, perché questo rendeva tutto più facile, ma al tempo stesso provò come un sentimento di gelosia. Raju non avrebbe potuto sottrarle niente dell’affetto del figlio: esso era suo e solo suo, nessuno avrebbe potuto interferire.

“Certamente, caro” si limitò a concludere.

Poi andarono a letto. La prima e più importante parte era fatta, adesso era giunto il momento di svelare a Joseph del suo matrimonio in modo che non potesse mai pensare di essere il padre del bambino.

Il mattino seguente, mentre si recava a scuola si sentì chiamare. Era Joseph “Lilian, avrei bisogno di parlarti, dopo scuola potresti fermarti un’ora in più, è qualcosa di abbastanza urgente”. Qualsiasi cosa Joseph volesse, non poteva lasciare a lui l’iniziativa, doveva trovare il modo di prendere in mano lei le redini, quindi inventò una scusa: ”Scusami, ma ho fissato un appuntamento col mio dottore, possiamo fare domani pomeriggio?”

“Ok, per me va bene”.

Il giorno dopo, terminata un’estenuante giornata di scuola, i due si concessero un po’ di relax andando insieme in un ristorante in città.

“Scusami se ti ho disturbato chiamandoti” disse Joseph a Lilian.

“Figurati, anch’io avevo bisogno di parlarti”.

“Sai, sono passati due mesi da quella volta che sono venuto a casa tua. Da allora non abbiamo mai avuto un momento per parlarci chiaramente. Ho bisogno di fare chiarezza nella mia vita e nel nostro rapporto ed ho bisogno del tuo aiuto”.

“Chi è che parla? Il prete tutto dono che ha paura di perdere la sua vocazione, oppure l’amico che ha paura di perdere l’amica, o forse nessuno dei due?”

“Non essere crudele, è vero, per due mesi ti ho evitata, la paura mi ha spinto ed è per rimediare a questo che oggi sono qui. Cosa provi per me Lilian?”

“Hai forse bisogno che te lo spieghi? Pensi forse che quella notte io stessi giocando? La domanda la dovresti rivolgere a te stesso: Prete, cosa provi per questa ragazza? Sai cosa può voler dire vero amore oppure ti sei lasciato trasportare solo dal piacere? Dimmelo: mi ami? Cosa saresti disposto a fare per amore? Saresti disposto a gettare la tonaca alle ortiche e buttare le braccia al mio collo?”

“Hai ragione, io ti amo, ma forse non so cosa sia il vero amore. Non posso rinnegare tutta la mia vita di colpo. Pensare che tutto quello che ho fatto e in cui ho creduto finora sia sbagliato”.

“Allora non ami me, ma ami te stesso, la personalità che ti sei creato in tanti anni, e quella madre meretrice che è la tua chiesa che tiene prigionieri per sé i suoi figli obbligandoli a rinnegare le più naturali emozioni”.

“Come vorrei che tu non fossi così acida, che discutessimo le cose con calma per poterle capire meglio”

“Perché? Per cercare di convincermi dalla tua parte? Tu hai già preso le tue decisioni, non abbandonerai mai la tua tonaca, ma la porterai per tutta la tua vita come segno di un martirio che ti sei auto-imposto e ti compiaci che gli altri ti commiserino per quello che neanche tu in fondo approvi”.

“Ma allora tu mi ami o no?”

“Io ho conosciuto un giovane sacerdote, di lui ho ammirato la capacità di capire, di ascoltare, di farti sentire importante. Hai tirato fuori il meglio di me, poi sei partito e io ho criticato la chiesa per averti portato via; per te ho buttato via l’abito e sono tornata qui per cercarti; pensavo di averti trovato. Eri diverso, sì, ma pensavo di poterti aiutare a ritrovare te stesso. Ora mi rendo conto che quel Joseph non esiste più, non esisterà mai più e forse non era mai esistito, era solo frutto della mia infatuazione. Ora forse io rappresento un problema per te. Sappi solo una cosa: io quella sera ho dato tutta me stessa per te, ho messo in gioco tutto, onore compreso. Forse è stato uno sbaglio. Io ho fatto quello che ritenevo fosse il meglio per te, ora tocca solo a te decidere”.

“Potresti rimanere mia amica?”

“Cosa vuol dire quella parola? C’è una cosa che ti voglio dire e forse ti scioccherà, forse ti farà cambiare totalmente idea su di me e ti farà pensare che sia la più ignobile delle persone. Te la voglio dire perché con te ho giocato apertamente fin dal principio. Io sono sposata. Sì! Sono sposata già da oltre un anno, prima ancora di ritrovarti. Non è stato affatto un matrimonio felice, e neanche voluto, ma imposto da mio padre. Raju è una brava persona e mi rispetta, ma non è il mio uomo. Comunque io sto portando in grembo suo figlio.

Anche questo ho messo in gioco per te. Ora pensa pure quello che vuoi, che sono un’adultera, magari, ma l’ho fatto solo con te e solo per te”.

La notizia fu il colpo finale per Joseph, non sapeva più se commiserarla, o se commiserare se stesso. Tentò di dire qualcosa ma gli uscì solo: “Scusami, non sapevo”.

“Va bene così. Io ho deciso di esserci per te e non rinnego la mia scelta, Raju è un problema mio e non voglio che tu ne rimanga immischiato. Ora si è fatto tardi, se non ti dispiace accompagnami a casa”.

Uscirono dal locale e per tutto il viaggio di ritorno non aprirono bocca. Lilian intenta nei suoi pensieri: era riuscita a sistemare la cosa con Joseph, ma gli spiaceva di essere stata così crudele con lui. D’altronde ora aveva tutta la possibilità e la libertà di scegliere. Certo la notizia del matrimonio lo avrebbe condizionato, almeno all’inizio, ma alla fine, sperava, il cuore avrebbe prevalso sulla ragione.

Joseph, invece, era completamente confuso. Provava pietà per Lilian. Sapeva che avrebbe dovuto lasciarla perché con lui lontano potesse affrontare la sua situazione famigliare, ma lei stessa aveva ammesso che era già compromessa prima che si incontrassero. Non poteva lasciarla sola, ma starle vicino voleva dire esporla sempre più a pericoli.

Era notte, ormai, come voleva che il sole rispuntasse subito a far luce sulle cose.