LE NOTTI DI BALAJINAGAR
Premessa: un viaggio alla ricerca della pace
Quattro persone, quattro vite, due coppie, due modi diversi di interpretare la propria vita.
Due preti e due suore, strane coppie, diremmo noi. Naturalmente i personaggi non si riferiscono ad alcuno in particolare, ma la loro storia è simile a quella di molti. Si potrebbe quasi dire che Joseph e Lilian rappresentano la vita come spesso va, mentre Joel e Ananda come vorremmo che fosse.
Ma Joel, Joseph, Ananda e Lilian sono prima di tutto persone e come tali portano dentro di sé una carica di emozioni, desideri, debolezza e coraggio, speranza e paura: contraddizioni che caratterizzano la vita di ogni uomo.
Alla base delle loro scelte sta un profondo desiderio di pace. Ognuno in fondo al cuore ha questa sete, ma sappiamo bene che essa va al di là della mancanza di guerra e si realizza nella quotidianità con il sentirsi capiti, apprezzati, realizzati nel proprio lavoro e nel proprio essere. I nostri protagonisti l’hanno trovata amando un’altra persona, pur rispondendo all’amore in maniere così diverse.
Il racconto è l’intrecciarsi del cammino di queste quattro persone che il destino porta ad incontrarsi e ad unirsi in vincoli indissolubili, capaci di influenzare in maniera decisiva la vita dell’altro.
Stesso è il punto di partenza, opposta la scelta finale, ma unico il motivo di fondo nello scegliere: senza l’amore e la libertà di viverlo a fondo, nulla ha più senso nella vita.
Spesso li ritroviamo con lo sguardo fisso in alto, come cercando fra le stelle le risposte che la terra sembra non dare. Ognuno di noi ha vissuto dei momenti in cui era impossibile capire o accettare le provocazioni della vita e avremmo voluto soluzioni piovute dal cielo. Ma le stelle lontane non rappresentano il desiderio di avere delle risposte insperate, bensì una meta da raggiungere con le nostre forze, la certezza che esiste una vita migliore da costruire con la fatica di ogni giorno.
A voi tutti lettori l’augurio di trovare il vostro posto nell’amore dove vivere un profondo senso di pace.
Inshallah.
CAPITOLO I
Il treno arrivò nella stazione di Bhubaneshwar con un’ora di ritardo. Joseph tirò un lungo sospiro esclamando: “Finalmente”. In India non è mai piacevole viaggiare, ma specialmente non lo era ora; il monsone d’Agosto non era ancora arrivato, il caldo era torrido e l’umidità micidiale metteva a dura prova anche un uomo giovane e forte del sud. Appena uscito dalla stazione si trovò immerso in una marea di gente che correva e spingeva in tutte le direzioni. Le strade erano intasate; le macchine non erano molte ma i rickshaw, le motorette, le biciclette facevano a gara per guadagnare qualche centimetro in un’eterna lotta di sopravvivenza. Le uniche spettatrici indisturbate erano le mucche che occasionalmente attraversavano la strada contribuendo ad aumentare la confusione.
Joseph vide a distanza un taxi, lo chiamò e quando riuscì ad entrarvi disse all’autista: “Saint John’s college per favore”.
La sua avventura era iniziata. Lui, prete da pochi anni sentiva l’entusiasmo di chi fa qualcosa di nuovo, qualcosa per i poveri: finalmente qualcosa di suo. Joel, il suo maestro, una volta gli aveva detto: “Ricordati che alla fine del giorno rimarrà solo quanto avrai amato”. E proprio per questo lui aveva accettato l’incarico: per poter amare chi ne aveva più di bisogno, e per loro avrebbe dato, d’ora in poi, tutta la sua vita, a costo di ammalarsi e soffrire come Joel. Poi gli tornò alla mente Lilian, forse era anche per lei che lo aveva fatto, o meglio per fuggire da lei. Aveva paura dei sentimenti che provava, li riteneva falsi e pericolosi perché mettevano in dubbio la sua vocazione, e siccome non riusciva a vincerli, fuggire era stata la scelta migliore. Joel in questo non l’aveva approvato. Lui diceva: “Siamo uomini e le persone che incontriamo e serviamo, anche le religiose, vanno trattate prima di tutto da persone”. Ma come fare quando le emozioni non ti permettono di ragionare?
Ormai era qui: La sua congregazione aveva accettato l’offerta del vescovo locale di aprire una missione tra gli slum della città, ed ai superiori non era parso vero che un prete giovane e valido come Joseph si fosse offerto. Il lavoro e lo stare a contatto con la povertà, pensava Joseph, lo avrebbero aiutato a superare il suo egoismo: almeno sperava.
Saint John’s college era una grande scuola alla periferia della città. Lì avevano trovato un appoggio in attesa che il Vescovo assegnasse loro l’area in cui lavorare. Ad accoglierlo c’era Agostino, un confratello italiano, mandato per assisterlo nella nuova fondazione. Era la prima volta che si incontravano. Agostino aveva circa vent’anni di più, ma era alla prima esperienza di missione. Aveva lavorato magnificamente in Italia dove tutti lo ricordavano per la chiesa nuova e il centro sportivo che aveva costruito nella sua parrocchia. Era arrivato già da due giorni venendo direttamente dall’Italia, via Delhi, mentre Joseph si era dovuto sorbire trentasei ore di treno da Bangalore.
“Benvenuto, fratello, spero che tu abbia fatto un buon viaggio. Il vescovo ci aspetta domani”. “Grazie, Agostino, è andato tutto bene nonostante il caldo. Ma ti prego, chiamami Joseph, mi fa sentire più a mio agio”.
Il giovane prete, accompagnato nella sua stanza, depose i bagagli sul letto, corse a farsi una doccia fredda e poi cominciò a tirar fuori le cose dalla borsa. Avrebbe voluto dormire; gli ultimi due giorni trascorsi in treno lo avevano sfinito, ma provava un senso di esaltazione mista ad emozione. Era all’inizio di una vita nuova che lo avrebbe visto protagonista. Ne sarebbe stato capace? Certo, l’esempio di Joel era davanti a lui, e nella sua testa conservava tutti i suoi insegnamenti, anche nel più piccolo particolare. Nonostante l’anziano confratello avesse disapprovato la sua partenza, Joseph sentiva dentro di sé una specie di obbligo morale di continuarne l’opera, lo stile, come se veramente Joel vivesse dentro di lui. Non avrebbe fallito: questa era la sua occasione.
Orissa, il solo nome faceva venire la pelle d’oca a chiunque lo sentiva. Era forse lo stato più povero dell’India, quello in cui i Cristiani erano in numero minore e più perseguitati, inoltre il clima era impietoso intervallando estati caldissime a periodi di piogge torrenziali e non di rado ad alluvioni o uragani. Senza dubbio lì c’era la possibilità di praticare l’amore vero, come gli aveva insegnato Joel. Ma Orissa era anche lo stato di Lilian. Nel fuggire da lei era stato contento di dover andare là da dove lei proveniva. Lei era al sicuro a tremila chilometri di distanza, ma la sua gente, la sua cultura, l’ambiente che l’avevano vista crescere era quello. Nonostante la decisione di allontanarsi e dare un taglio definitivo, aveva voluto lasciare un piccolo spiraglio sentimentale aperto. Era un po’ il suo difetto, frutto dell’inesperienza giovanile: aveva paura di perdere la sua identità. Aveva bisogno di piccoli cavilli che gli ricordassero che era sempre lui. Dopo tutto che male c’era?