martedì 30 ottobre 2007

Capitolo XX Decisioni e rigidezza



CAPITOLO XX

Joseph arrivò a Bangalore di sera. Per tutto il viaggio aveva ripensato a quel biglietto trovato sulla sua cattedra. Che ci faceva Lilian a Bangalore? E perché se ne era andata in un hotel invece che andare dalle sue vecchie consorelle? Forse si vergognava un po’ per averle lasciate, ma non aveva fatto niente di male. “Tutta sola”, diceva. Quindi lo aspettava? Questo suscitava in lui una lotta terribile tra ciò che doveva fare, voleva fare e gli sarebbe piaciuto fare. Era qui per riposare, non per aumentare la tensione. Ma lei era là e lo aspettava. Aveva scritto “vedi tu cosa vuoi fare”, quindi poteva scegliere; ma senza dubbio lei lo desiderava là, altrimenti non lo avrebbe invitato. Con tutta questa confusione in testa si avviò verso la stazione dei pullman locali da dove partiva quello per il suo paese, ma la trovò vuota. L’ultimo bus era già partito, il prossimo era solo l’indomani mattina alle sette e trenta. “Dannazione!” esclamò tra sé. Si mise le mani in tasca, estrasse il biglietto poi si avvicinò ad un rickshaw e disse: “Coles park, per favore”.

L’hotel era dignitoso, con un grande atrio d’ingresso e un enorme banco per i clienti. A sinistra si intravedeva un ristorante mentre a destra si sentiva il vociare di persone probabilmente in un bar. Si avvicinò al bancone e chiese: “La Signora Manju Prakash, per favore”.

“Sua moglie la sta aspettando in camera, signor Prakash, numero 205 al secondo piano”.

Joseph rimase colpito nel sentirsi chiamare signor Prakash, ma fermò per tempo la smorfia che si stava affacciando sul suo volto e si avviò verso l’ascensore.

Quando bussò alla porta sentì da dentro la voce di Lilian dire: “Un momento!”. Il cuore cominciò a battergli forte. Lei aprì la porta. Indossava una bella vestaglia da camera color arancio adornata di fiori. Nella mano destra teneva un asciugamani col quale si stava strofinando la testa. “Scusami dell’accoglienza poco elegante, ma ho appena finito di farmi una doccia”. Poi gettò via l’asciugamano e abbracciò Joseph, spingendo con il piede la porta che si chiuse sbattendo.

“Cominciavo a temere che non saresti più arrivato” disse Lilian.

“Come facevi a sapere che sarei venuto?”

“Perché so che in fondo lo vuoi più di ogni altra cosa”.

“Cos’è questa storia del signor Prakash? È lui o me che stavi aspettando?”

“Non essere sciocco, mio marito è un maniaco del lavoro, non troverebbe mai il tempo di venire fin quaggiù. Non potevo certo dire al portiere che aspettavo il mio amante”.

“Grazie per il termine. Lo sai, stavo andando a casa, sono qui solo perché non c’erano più bus disponibili. Prenderò quello di domattina”.

“Chiamala fortuna o sfortuna, provvidenza o tentazione del diavolo. Puoi andare quando vuoi, non ti ho mai chiesto di amarmi e ti ho lasciato libero di venire qui. Il Signore ti ha ricondotto a me e io lo ringrazio per quanto mi ha dato”.

“Non essere blasfema, non attribuire al Signore quello che è solo frutto della tua passione”.

“Avanti con la predica, reverendo peccatore, perché sei qui allora? Perché vuoi peccare? È questo il motivo per cui mi ami? Perché vuoi essere un trasgressore per un’altra notte? Non ti rendi conto una buona volta che stai lottando contro te stesso? Da quando ti ho rincontrato non hai fatto altro che mettere i tuoi principi contro i tuoi desideri, creando due persone in te stesso e in qualsiasi direzione tu vada sei sempre infelice perché pensi all’altra. Sei con me e vorresti essere il prete perfetto, fai il prete e pensi a quello che potresti avere con me. Smettila una buona volta di torturarti. Se davvero credi in quello che dici vattene subito di qui, ma non pensarci più, falla finita una volta per tutte con i tuoi desideri, ma, se come penso, non ci credi più, allora abbi la coerenza di dire che la tua cara Chiesa potrebbe essersi sbagliata e sii felice di questo momento che abbiamo da vivere insieme”.

Joseph rimase senza parole. Sarebbe stato inutile cercare di controbattere. Il semplice motivo di essere lì dimostrava che Lilian aveva ragione. Lei lo prese per un braccio, lo trascinò verso il tavolo apparecchiato: “È un po’ tardi per la cena, ma ti ho aspettato lo stesso”.

I giorni passarono e lentamente i due dimenticarono tutti i problemi che si erano lasciati alle spalle a Bhubaneshwar. Non uscirono a visitare Bangalore, città che conoscevano anche troppo, si accontentarono di godere l’uno la presenza dell’altro nella piccola camera dell’hotel, parlando, discutendo, progettando.

La sera della festa erano sul balcone ad ammirare i fuochi d’artificio che da ogni angolo partivano illuminando di colori il cielo scuro.

“Da bambino” disse Joseph, “ho sempre amato questa festa. Ti riempie di gioia, di voglia di vivere. Anche gli slums si trasformano. Poi crescendo ho cominciato a criticarla: perché spendere tutti questi soldi per qualcosa che dura tre secondi, ti dà l’illusione della luce e poi ti fa ripiombare nel buio più stordito di prima. Ma forse hanno ragione loro che senso ha preoccuparsi per cose alle quali non possiamo dare una soluzione? Meglio illudersi per un istante e lasciare che il domani si prenda cura di se stesso”.

Lilian lo guardò con un pizzico di malinconia in cuore e poi rispose: “Non chiamarlo ‘illudersi’, chiamalo ‘sperare’. Anche se nulla mai cambierà nella loro vita, il ricordo della gioia di questa notte li farà camminare per tutto l’anno sapendo che la festa verrà di nuovo. È come un rinascere ogni giorno e pretendere di non sapere come andrà la giornata. Ricordi Lakshmi, da bambina sognava che il principe azzurro sarebbe venuto a prenderla. Quando ha smesso di sperare non ha più avuto il coraggio di affrontare la vita. Non giudicare questa gente, Joseph. Questa filosofia di vita ha permesso a loro e a noi di vivere per secoli”.

“E noi?” replicò Joseph con un po’ di provocazione nella voce.

Non lo so. Forse domani torneremo a Bhubaneshwar, ci ritufferemo nella vita quotidiana, ci faremo ingoiare di nuovo dai nostri problemi. Ma questi giorni trascorsi assieme non sono un botto destinato ad illuminare il nostro cielo solo per pochi istanti. Permettimi di sognare, Joseph, non risvegliarmi col tuo cinismo”.

I due rimasero a lungo in silenzio contemplando il cielo che ad ogni botto assumeva colori diversi. L’ombra degli alberi, contro luce, si innalzava nera quasi a rappresentare fantasmi in agguato nella notte, ma lo sfondo era a volte rosso, a volte giallo, a volte verde o blu e alto sull’orizzonte brillava la stella di Joel.

Altri tre giorni passarono e naturalmente Joseph non andò al suo paese. Poi arrivò il tempo di tornare in Orissa.

“Domani devo rientrare”, disse Joseph con una punta di rammarico.

“Va bene, è meglio che anch’io torni a casa, Raju mi aspetta, e i bambini a scuola pure”.

“Che sarà di noi, ora?”.

Non ricominciare con quelle angosciose questioni. Lascia che sia il Signore a guidarti. Quello che sarà appartiene al domani, io sono felice per il presente. Questa notte potrebbe anche essere l’ultima notte d’amore, ma certamente me la gusterò fino all’ultimo istante”.

Fu duro tornare alla vita quotidiana di Balajinagar dopo la vacanza a Bangalore, ma il problema principale sarebbe stato un altro che nessuno dei due si aspettava.

Raju rientrò a casa prima del solito. Non aveva ancora visto Lilian, ma lei lo aveva chiamato non appena arrivata. Per telefono gli era sembrato che la sua voce fosse più fredda del solito e questo l’aveva preoccupata un po’.

Non appena lo vide rientrare gli corse incontro e l’abbracciò: “Ciao caro, come va il lavoro?”

“Bene, tu piuttosto, come è andata la tua vacanza?”

“Bene, non ho fatto altro che riposarmi, ora mi sento molto più forte”.

“Hai rivisto tutte le tue amiche di una volta?”

“Sì, non molte a dire il vero, alcune sono state trasferite”.

“Strano, due giorni fa, volevo parlarti e ho chiamato il convento, tuo padre me ne ha dato il numero, e sembra che là non ti abbiano mai vista, allora ho chiamato la scuola dove lavori sperando che il tuo direttore, quel tal padre Joseph potesse dirmi qualcosa di più, ma sembra che anche lui come te fosse sparito dalle parti di Bangalore. Non è che per caso mi stai nascondendo qualcosa?”

Lilian si fece pallida in volto ma cercò di vincere l’imbarazzo voltandosi per prendere due bicchieri di birra che aveva preparato: “Cosa vuoi che ti nasconda? È un puro caso, se entrambi siamo mancati allo stesso tempo. Riguardo al convento, con che suora hai parlato, forse è una di quelle nuove arrivate, comunque mi hanno dato un appartamentino da sola e quindi è facile che sia passata inosservata per chi non mi conosce”.

“Vedi, cara, ho sempre pensato che il nostro rapporto non è dei migliori, credevo che lasciarti lavorare potesse servire ma le cose sono peggiorate, infine credevo che il bambino che porti in grembo potesse aiutarci, ma anche questo ha peggiorato la situazione. Quando ho sentito che sia tu che quel prete eravate spariti nello stesso periodo ho cominciato a temere che due più due faccia quattro. Sono andato da un mio amico a fare delle analisi, e ho scoperto di essere sterile. Manju, quel figlio non può essere mio. È figlio suo, vero?”

A questo punto il volto di Lilian si fece rosso fuoco e lei non riuscendo più a trattenere la rabbia scoppiò in pianto: “Non te l’ho chiesto io di sposarmi, avete fatto tutto tu e mio padre. Io non so cosa lui ti abbia promesso, ma certamente io non l’ho mai voluto questo matrimonio. Ti ringrazio perché hai salvato l’onore della mia famiglia ed hai fatto di tutto per farmi felice, ma non sei tu l’uomo che amo”.

“Allora cosa dobbiamo fare ora?”

“Questo non lo so, tocca a te decidere, tanto in questa società sembra che solo gli uomini possano decidere ciò che vogliono, e le donne solo obbedire”.

“Cosa vorresti dire? Io ti ho rispettata in questi anni e non ti ho fatto mancare nulla. Vorresti forse che dimentichi tutto e faccia finta di niente? Pensi forse che riuscirei ad accettare di veder crescere in casa un figlio che non è mio e pensare che ogni volta che tu lo guardi pensi a suo padre? Pensi forse che potrei accettare l’idea che ogni volta che non sei al mio fianco potresti essere tra le braccia del tuo amante? Scusami, ma la mia missione di salvatore del tuo onore è finita, ora ti devi arrangiare con tuo padre, io non c’entro più”.

Quella sera Lilian rimase nella camera degli ospiti. I pensieri si rincorrevano nella sua mente. Cosa avrebbe detto a suo padre? Chiaramente non poteva più vivere qui, e neppure contare sull’appoggio di Raju; ma che scusa avrebbe potuto portare al padre per giustificare il suo ritorno a casa? Certamente lui sarebbe andato a chiederne ragione a Raju il quale non avrebbe fatto altro che dirgli la verità. Avrebbe potuto scappare senza farsi vedere da loro, semplicemente andare in un’altra città e ricominciare, sì, ma dove e come? Una donna sola ed incinta non avrebbe certamente avuto vita facile in un paese come l’India ancora così attaccato a pregiudizi antichi. Era meglio affrontare il padre dicendogli la verità. Era venuto il momento in cui lei avrebbe dovuto difendere i suoi diritti e quelli di suo figlio. Al diavolo tutte le tradizioni antiche, era sua figlia, non una qualunque.

Il mattino successivo si fece forza e si avviò a casa. Parlò a lungo con la madre in attesa che il padre tornasse dal lavoro per il pranzo.

“Lascia che glie ne parli io”, disse la madre preoccupata.

“No, non servirebbe, è una questione che devo risolvere da sola”.

“Tu non sai bene come prenderlo, lascia almeno che introduca io il discorso”.

Il padre arrivò e la moglie lo accolse: “Vieni, caro, siediti qui, abbiamo un argomento importante da affrontare assieme”.

I due si avviarono nella sala dove dopo poco entrò Lilian portando dei bicchieri pieni.

“Tu sai che Manju ha vissuto dei momenti difficili con Raju, specialmente dopo la sua gravidanza. Ora le cose sembrano deteriorate e lei ha deciso di tornare a casa”.

Il padre si alzò di colpo: “Cosa? Tornare a casa? Quella è la sua casa, con suo marito.”

Lilian non poté sopportare l’arroganza del padre: “Perché? A fare come tutte le donne indiane fanno da secoli coi mariti: la schiava dell’uomo che il padre ha scelto per loro? È ora di finirla con queste storie in cui noi siamo degli esseri inferiori”.

“Non ti permetto di insultare tua madre e me. Per tanti anni siamo vissuti felici assieme ed abbiamo amato i nostri figli. Ora tocca a te amare tuo marito e vostro figlio”.

“Tu e mamma vi siete amati perché vi siete scelti, io non ho scelto Raju e non l’ho mai amato e mai lo amerò e riguardo a mio figlio, beh, se oggi sono qui è proprio per lui, dato che non è figlio di Raju e lui non lo accetterà mai”.

Al sentire quelle parole la collera del padre scoppiò. “Disgraziata, ancora una volta tu hai portato disonore a questa casa”, e così facendo colpì violentemente in volto Lilian, che impreparata cadde sbattendo con il ventre sullo spigolo del tavolo retrostante.

Provò un dolore acuto e svenne.

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