martedì 30 ottobre 2007

Capitolo XIX Confusione

CAPITOLO XIX

Quando Agostino rientrò a casa al pomeriggio trovò il confratello a letto.

“Cosa succede? Tutto bene? Hai la faccia di uno che è stato investito da un camion”.

“Non è niente. Mi sentivo particolarmente stanco a scuola e così sono venuto a casa presto. Penso di avere un po’ di febbre”.

Agostino notò la bottiglia di whisky sul tavolo e i due bicchieri, poi disse: “Da quando in qua uno con la febbre beve whisky? Tu poi che non sopporti neanche il vino da messa. Sei sicuro di non aver niente da raccontare”.

“Non ti preoccupare, solo problemi minori che si possono risolvere presto”.

“Se lo dici tu. Ti preparo un po’ di brodo caldo per cena”.

Per tutta la sera e la notte la testa di Joseph fu come un vulcano. Pensieri inseguivano pensieri ed erano sempre più neri. Cosa poteva fare? Fuggire? Andare dal Vescovo, dalla polizia? Certo loro avrebbero potuto fare qualcosa, ma ormai sapeva che anche loro temevano Digal. E Lakshmi? Qual’era il suo piano? “Prega il tuo Dio che abbia misericordia di me nella prossima vita”, aveva detto. Stava per suicidarsi. Doveva fermarla, ma come? Non sapeva dove fosse andata”.

Si alzò presto al mattino, si recò dalla polizia alla sede centrale in città, chiese dell’ufficio persone smarrite e si presentò: “Sono Fr. Joseph, un sacerdote cattolico residente a Balajinagar. Come lei sa noi riceviamo tante confidenze dalla gente. Ieri si è presentata a me una ragazza di forse vent’anni, forse di meno. Era molto turbata e parlava in modo confuso. Io non vi ho dato molto peso, ma poi ripensando alle sue parole mi è venuto il dubbio che voglia commettere qualche sciocchezza”.

“Padre, se vuole che la aiutiamo deve darci più particolari. Bhubaneshwar è una città vasta, non possiamo fermare tutte le ragazze di vent’anni. Cerchi almeno di descrivermela”.

“Non ho molto da dire. Ha detto di chiamarsi Lakshmi e che lavora in un locale notturno. Carina, non troppo alta”.

A quelle parole il capo di polizia prese un giornale dalla scrivania a fianco, lo mostrò al prete e disse: “Assomiglia forse a questa?”

Il giornale portava come titolo di prima pagina: “Noto Boss della mafia ucciso nella notte. L’assassina, una giovane ballerina in uno dei suoi locali, subito dopo si è tolta la vita: vendetta?”

Il capo della polizia vide il volto di Joseph diventare bianco, poi continuò: “Se questa è la sua amica ha fatto proprio un bel lavoro. Si è recata da questo Digal, gli ha sparato in fronte e poi si è sparata in bocca. L’autopsia dice che era incinta da poco più di due settimane. L’esame del DNA dovrebbe dirci qualcosa di più sulla paternità del bambino, ma se come penso centra Digal, il mistero è risolto. Piuttosto, che ci faceva da lei una ragazza come quella? Se non sbaglio non è cristiana e non abitava a Balajinagar. A proposito: Mi sembra che questo Digal abbia già avuto a che fare con la sua parrocchia, o mi sbaglio?”

Gli occhi di Joseph erano ancora fissi sul giornale. Il poliziotto riprese: “Comunque questa ragazza, nella sua incoscienza ci ha fatto un grosso favore: ci ha tolto di mezzo uno dei problemi più grossi. La pregherei di lasciare al mio collega il suo recapito perché forse avremo bisogno di farle delle domande”.

“Certamente”, replicò Joseph con voce molto assente.

Tornato a casa non si rese neanche conto della presenza del confratello ma si diresse verso la sua camera. Agostino notò che c’era qualcosa che non andava e si rivolse a lui in modo scherzoso: “Da che pianeta sbuchi? Hai l’aria di uno che ha incontrato i marziani. Sei entrato in casa e non mi hai nemmeno salutato”.

“Scusami Agostino, proprio non ti avevo notato, da ieri sono successe tante di quelle cose che non so più cosa pensare”.

“Niente che tu voglia raccontarmi?”

“Scusami, Agostino, ultimamente ti ho lasciato un po’ da parte. Ho vissuto delle situazioni strane ed ho avuto paura a condividerle. Ieri è venuta da me una ragazza, una che lavorava per Digal, mi ha raccontato disperata di violenze subite e minacce. Io non ho capito niente del suo discorso e non vi ho dato peso. Stamattina ho avuto come un brutto presentimento e sono corso dalla polizia per sapere se la conoscessero, e ho scoperto che durante la notte lei è andata da Digal, lo ha ucciso e poi si è suicidata. La storia è su tutti i giornali. Capisci non mi ero reso conto che questa ragazza era disperata e mi stava chiedendo aiuto. Chissà quante altre persone sto rifiutando in questo modo, chissà quanti soffrono per i miei errori e muoiono per la mia noncuranza. Siamo qui per servirli e stiamo diventando sempre più staccati da loro. Anche l’essere venuti ad abitare qui non ha aiutato come avrebbe dovuto. Non so più cosa fare, cosa pensare. Ho l’impressione che tutta la mia vita sia stata un fallimento, un correre a vuoto senza meta, rincorrendo una chimera che si divertiva alle mie spalle”.

“Sei solo un po’ stanco, Joseph, hai vissuto esperienze forti e insolite. Prenditi un po’ di riposo, ma riposo vero, lontano da ogni attività. La parrocchia e la scuola possono attendere. È meglio rimanere qualche giorno senza pastore e poi riaverlo in buone condizioni che continuare ad averlo malandato.

La settimana prossima arriva la festa di Diwali, la festa Hindu dell’autunno quindi la scuola è chiusa per alcuni giorni. Approfittane”.

“Grazie, Agostino, sei gentile a sacrificarti per me”.

“Non preoccuparti, è anche mio interesse riaverti in buone condizioni”.

Il giorno seguente Joseph si diede da fare a preparare tutto in modo che la sua assenza non pesasse sulle attività della parrocchia.

Lilian lo vide indaffarato nel suo ufficio e vi fece capolino.

“Come stai, Lilian?” chiese Joseph all’amica.

“Io bene, tu piuttosto? Ti vedo sempre teso, preoccupato, sei dimagrito, sei scorbutico, sempre di corsa anche quando non hai nulla da fare. Le cose normali di ogni giorno ti sono diventate pesanti. Pure con me sei diventato freddo. Ti ha forse ferito quello che ti ho detto il mese scorso?”.

“No, Lilian, scusami! non è colpa tua. Sono tante le cose che mi deprimono e non so darmene una ragione. Però devo ammettere che la notizia del tuo bambino mi ha reso un po’ geloso, non il bambino, intendimi, ma il rapporto che tu hai con tuo marito, ormai appartieni a lui e ho avuto paura di averti persa”.

“Se mi hai persa è solo colpa tua. Ti ho già detto che il rapporto con mio marito non è affatto buono, ma tiriamo avanti. Il bambino è la cosa migliore che potesse accadere nella mia vita. L’uomo che amo non lo posso avere, quello che ho non lo amo, questo bambino è mio e nessuno lo ruberà dalle mie mani”.

“Mi dispiace sentirti parlare così. Comincio a credere che davvero la vita sia una maledizione da cui non possiamo sottrarci. Ma vorrei che almeno tu fossi felice. Hai letto nei giornali di quella ragazza che si è uccisa dopo aver ucciso Digal? Pensa, lo ha fatto solo per me. Non mi conosceva neppure, ma siccome sono un prete, un uomo di Dio, lei che non era neanche cristiana ha dovuto uccidersi. Chi sono io per meritarmi questo, per decidere della vita degli altri? Come faccio a sopportare questo peso? Mi chiamano padre e non so neanche cosa voglia dire avere un figlio. Ora tu ne hai uno nel grembo e fra non molto tuo marito potrà dire di sapere cosa vuol dire essere chiamato padre. Io no. La mia vita è tutta una contraddizione. Forse sarebbe stato meglio se non fossi mai diventato prete, se fossi rimasto nel mio villaggio come tutti i miei fratelli”.

Questa volta Lilian non rispose. Avrebbe voluto farlo, rivelargli il segreto del suo bambino, ma non lo fece, si morse le labbra e con il capo annuì: “Però non mi avresti incontrata”.

“È vero, ma non posso averti lo stesso, i miei voti me lo impediscono. Siamo amici, ma questa amicizia ti ha fatto solo del male. La settimana prossima, in occasione del Diwali, me ne andrò a casa mia nel sud a riposarmi. Ho bisogno di dormire, recuperare forza e convinzione. Quando ero andato da Sr. Ananda due mesi fa, credevo di aver ritrovato la pace, invece tornato qui mi è ripiombato addosso il mondo. Abbi cura di te stessa”.

“Lo farò”.

Lilian tornò a casa agitata. Le parole di Joseph le avevano messo addosso rabbia: possibile che dovesse essere così pauroso, così legato a dei principi nei quali ovviamente non credeva più. Possibile che fosse così cieco, che non si accorgesse dell’amore che lei provava? O forse se ne accorgeva e proprio questo lo intimoriva, come se l’amore fosse qualcosa di proibito che lo avrebbe mandato all’inferno. Ora lui sapeva che lei era sposata e questo era un ulteriore ostacolo. Possibile che non fosse arrivato a pensare che lui era il padre del bambino?.

Tutta questa situazione non la lasciava per niente tranquilla. Doveva fare qualcosa, ma cosa?

Quando il marito tornò dal lavoro si sedettero a tavola lei affrontò il discorso. “Senti, caro, sono al quarto mese di gravidanza e mi sento stanca. Il lavoro mi ha portato un po’ di stress, e l’ambiente di casa non mi aiuta affatto. Adesso arriva la festa di Diwali e se non ti dispiace vorrei prendermi una settimana di riposo”.

“Certo, penso che ne hai bisogno. Quando mi hai dato la notizia di nostro figlio ho gioito perché ho pensato che lui avrebbe portato quell’unione che manca tra di noi, pensavo potesse diventare per te un motivo di più per amarmi, io padre di tuo figlio. Ma mi accorgo che invece non è stato così. Sei diventata più sospettosa, più irascibile come se io rappresentassi un rischio per lui. Non so chi biasimare per questo. Se la ragione è il lavoro e lo stress, ben venga questa vacanza; ma dove penseresti di andare?”

“Pensavo di andare dalle suore dove ero prima a Bangalore. Rivedere un po’ di facce amiche mi farà bene, il clima è fresco. Tutto mi aiuterà a risollevarmi”.

“Vuoi che ti accompagni così viaggiando in macchina sarai più comoda?”

“No, non c’è bisogno. Non è la stanchezza fisica che mi preoccupa. Essere un po’ da sola nel viaggio non mi farà male, ma mi aiuterà a pensare”.

Era fatta, ora doveva trovare il modo di tirare Joseph a sé. Chiamò la madre di una sua ex allieva a Bangalore la quale gestiva un hotel, e fissò una camera per la settimana seguente.

Quando Joseph arrivò nel suo ufficio per l’ultimo giorno di scuola, trovò una busta sulla sua cattedra. La aprì e vi trovò un biglietto. Riconobbe subito la calligrafia di Lilian. Il biglietto diceva: Hotel Rajakistan, Coles Park - Bangalore. Io sarò lì da sola per tutta la settimana, vedi tu cosa vuoi fare.

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