martedì 28 agosto 2007

Capitolo XIII Difficili inizi

CAPITOLO XIII

La morte di Joel aveva lasciato stordito Joseph, così pure il viaggio in Siria. Ma il lavoro a Balajinagar non aspettava, bisognava essere là.

Una mattina, quando Joseph si recò come suo solito alla chiesa, i bambini gli corsero incontro con un nuovo amico. “Padre, padre, questo ragazzo si chiama Raj, ha dormito tutta la notte in chiesa”. Joseph guardò al nuovo arrivato, era scarno e stanco, poteva avere sei o sette anni. Gli pose una mano sulla spalla e notò un improvviso irrigidimento nel ragazzo. “Non temere, siamo amici. Hai fame? Hai fatto colazione?”, il ragazzo fece segno di no con la testa e i due si avviarono assieme ad uno dei botteghini che ad ogni angolo delle strade vendono biscotti, riso e succo di mango.

“Dove abiti? Dove sono tuo padre e tua madre”?

“Io a casa non ci torno”, rispose il ragazzo “là mi picchiano e non ho mai tempo per giocare”.

“Ma di sicuro vuoi tornare a vedere papà e mamma?”. “Io non ho papà, è scappato subito dopo la mia nascita; mia madre è sempre impegnata con il nuovo fratellino, e suo marito vuole che vada con lui nella discarica tutto il giorno. Quando torniamo a casa alla sera a me tocca andare a prendere l’acqua, perché sono il fratello più grande, e se faccio tardi al ritorno non c’è più niente da mangiare. Due giorni fa sono scappato da casa e non ci torno più”.

“Facciamo una cosa, Raj, per un po’ di giorni ti fermi qui con noi, ti riposi, mangi un po’ bene e giochi con i nostri ragazzi, poi decidiamo cosa fare. Ok?”

“Ok!”.

Joseph lasciò il ragazzo intento a consumare un enorme piatto di riso, pagò il conto e si diresse verso gli altri. “Amici, ho bisogno del vostro aiuto. Ho bisogno di scoprire dove abita la famiglia di Raj e parlare con loro. Pensate di riuscire a scoprirlo?”

“Lasci fare a noi, Padre”.

La squadra di ragazzi si sparpagliò in tutte le direzioni.

Joseph presentò Raj ai loro vicini e chiese loro: “Potete tenerlo con voi per due o tre giorni? Poi vedremo il da farsi”.

Al pomeriggio, Joseph tornò alla chiesa con Lilian per vedere se i ragazzi erano riusciti nell’impresa. “Certamente, padre, ne dubitava forse? La famiglia di Raj vive a circa un chilometro da qui, nella direzione della discarica. Ha due fratelli più piccoli e vivono in una capanna molto povera”.

I due si avviarono là. Lungo quel pezzo di strada c’erano capanne molto piccole, otto o dieci metri quadri, non di più. Erano costruite con qualsiasi materiale disponibile: lamiere arruginite, fogli di compensato o anche solo cartone, e il tetto era coperto con sacchi di plastica. Di fronte ad ogni capanna, donne erano intente a preparare un piccolo fuoco, per fare del tè o per la cena. Una di esse teneva un bambino legato sulla sua schiena mentre curva spezzava della legna per il fuoco. Vicino ad una pompa per l’acqua una decina di bambine, con due secchi ciascuna, attendevano con pazienza il turno per far rifornimento per la famiglia. Lilian sussurrò all’amico. “Quando vedo scene come queste mi si accappona la pelle e mi viene spontaneo pensare a quanta fortuna io abbia avuto di crescere in una famiglia ricca. Guarda quelle mamme come lavorano senza preoccuparsi della fatica: sarò mai capace di dare tutta me stessa a mio figlio come fanno loro?”.

Arrivarono alla casa descritta dai ragazzi e notarono una donna consumata dalle fatiche, intenta ad allattare il figlioletto. Dalla porta semiaperta si intravedeva l’interno. Lo spazio era principalmente occupato da un grande letto fatto di assi con sopra una stuoia. Su di esso presumibilmente dormiva tutta la famiglia. Sotto il letto c’erano tutte le masserizie della casa. Joseph la salutò in Hindi e lei senza scomporsi replicò.

“È lei forse la madre di Raj?”

“Perché, cosa ha combinato di nuovo quel mascalzone? Sono due giorni che non si fa vedere. Mio marito sarà infuriato quando tornerà a casa”.

“Raj non ha combinato niente, sta bene, ma ha paura a tornare a casa. Mi dica, quanti anni ha suo figlio?”

“Dieci”

“E non va a scuola?”

“A scuola? a fare ché. Mio marito non è il padre del ragazzo. Quel delinquente mi abbandonò tanti anni fa, ora Ruderaj si sta prendendo cura di noi. Lavora dieci ore al giorno sulla discarica, ma ha bisogno di aiuto. Raj spesso si alza presto al mattino, scappa di casa e torna alla sera. Alle volte ce lo riportano perché lo hanno preso a rubacchiare, roba da poco, di solito roba da mangiare, ma ci tocca pagare i danni che fa. Siamo poveri, non possiamo permetterci il lusso di avere un professore in casa, abbiamo bisogno di riso per noi e di latte per il bambino”.

Lilian intervenne: “Sareste disposti a riprendere a casa vostra Raj?”

“Naturalmente! è mio figlio. Ma deve mettersi in testa di aiutarci lavorando e non scappare come suo solito”.

“Senta, signora”, riprese Joseph, “Raj è un po’ spaventato. Se lei è d’accordo per qualche giorno si fermerà con noi, poi ve lo rimandiamo. Cercate di non essere troppo duri con lui, ha bisogno di affetto non di botte”. La donna non rispose ma tornò a volgere la sua attenzione al bimbo attaccato al suo seno.

Joseph e Lilian capirono che non c’era molto da aggiungere, salutarono e tornarono verso casa.

Si ripresentarono dopo tre giorni con il ragazzo. Con loro sorpresa non trovarono nessuno. Neppure la povera capanna era più lì.

“Dov’è andato Ruderaj?” chiesero ad un vicino.

“Ha trovato lavoro a raccogliere stracci tra le immondizie in centro città e quindi hanno preso la loro capanna e si sono trasferiti in qualche slum più vicino”.

Raj non avrebbe mai più potuto ritrovare sua madre o i suoi fratelli. Semplicemente se ne erano andati per un lavoro migliore lasciandolo indietro. Lilian si sentì sprofondare sotto le emozioni. Era come se una parte del suo corpo si ribellasse. Come poteva una madre abbandonare il figlio? Forse lo aveva fatto sapendo che ora lui si trovava in mani migliori, con persone che avrebbero potuto dargli quello che lei non era riuscita. Poteva la miseria giustificare fatti simili? Sarebbe forse lei stata capace di fare lo stesso?

Ora più che mai era importante fare qualcosa per questi ragazzi. La scuola era solo la prima di una serie di risposte da dare. Non ci sarebbero più dovuti essere casi come quello di Raj. I giorni passavano e la data dell’inaugurazione era imminente. I lavori, invece di essere più spediti sembravano rallentare ogni giorno. Quattro classi erano terminate ma mancavano il pavimento e l’impianto elettrico, negli uffici mancavano anche le porte e le finestre, le altre tre classi erano ancora senza intonaco.

Ad una settimana dalla festa gli operai smisero completamente di venire a lavorare. Uno era ammalato, l’altro aveva un lutto in famiglia, il capo cantiere era sparito. Agostino disse al confratello: “Forse dovremmo cancellare tutto, chiamare il governatore e il sindaco e dire che tutto è rimandato di un anno”,

“E ammettere davanti al mondo intero che Digal ha vinto? Che la carità deve inchinarsi alla malavita? Non è solo questione di prestigio: ci sono in ballo tutti quei ragazzi che verranno qui e le famiglie che hanno accettato la sfida e li hanno iscritti. Questi ragazzi sono abituati a vivere in baracche e non sarà un problema se le classi non sono finite, ma non possiamo lasciar cadere la loro speranza e riconsegnarli alla gang di Digal. Li abbiamo già delusi una volta perché nonostante le promesse non abbiamo ancora trovato una casa dove abitare in Balajinagar. Inaugureremo quel poco che abbiamo senza vergognarci”.

“Perché non proviamo ad invitare i ragazzi iscritti a darci una mano, almeno a ripulire e decorare?”

“Buona idea”.

Inviarono i loro fedeli ragazzi a chiamare a raccolta tutti gli iscritti col comando di presentarsi l’indomani mattina alla scuola stessa. Andarono poi a comprare materiale per le pulizie e per la decorazione.

Il mattino seguente trenta ragazzi, dieci mamme e due papà si presentarono all’appello. Joseph con i due uomini si incaricò di rimuovere il materiale pesante e ingombrante, Agostino guidò il gruppo delle pulizie, Lilian con una decina di bambini si incaricò di preparare le decorazioni.

Lo sgombro dei materiali e la pulizia richiesero due giorni, tutto era pronto per iniziare ad appendere gli addobbi.

Al mattino del terzo giorno Joseph andò ad acquistare ancora materiale ed Agostino lo precedette al cantiere. Al suo arrivo fu accolto da una piacevole sorpresa. Cinquanta persone erano al lavoro a tempo pieno: elettricisti, piastrellisti, falegnami, tutti lavoravano con una lena mai vista.

“Che succede? Chi vi ha mandati?”, chiese Agostino sorpreso.

“Non si preoccupi, padre, tutto sarà finito entro domani sera e le resterà un giorno e mezzo per le decorazioni”.

“Ma come mai questo improvviso cambio di programma?”

“Abbiamo qui una richiesta scritta e firmata da un certo Mr. John Smith. Si è presentato nel nostro ufficio ed ha pagato in anticipo il lavoro con l’unica condizione che tutto sia finito per domani”. John Smith era un nome che puzzava di falso lontano mille miglia, ma che importava? La provvidenza li aveva salvati all’ultimo minuto.

La parola fu mantenuta e tutto fu pronto.

Il sabato pomeriggio gli invitati arrivarono: i giornalisti, il sindaco con la sua scorta, il governatore ed ultimo il Vescovo. La cerimonia fu semplice e breve. Joseph fece il discorso di benvenuto ringraziando tutti coloro che erano convenuti e coloro che avevano reso possibile l’opera, il governatore parlò dell’importanza della cultura e dell’educazione dei ragazzi, il sindaco dichiarò il costante impegno dell’amministrazione locale per il risanamento urbano delle zone degradate. Il gruppo dei quasi duecento bambini iscritti alla scuola, divisi nelle tre classi cantarono l’inno nazionale e si procedette al taglio del nastro seguito dalla benedizione dell’edificio da parte del Vescovo.

Tutti si congratularono e partirono. Il Vescovo chiamò da parte Joseph e complimentandosi chiese: “Avevo sentito che la costruzione era in cattive acque ma ho dovuto ricredermi; c’è ancora molto lavoro da fare ma si può già iniziare ad utilizzare l’ambiente. Come hai fatto?”

“A dire il vero non lo so. Un certo John Smith negli ultimi tre giorni ha fatto un miracolo. Per caso lei lo conosce?”

“Se fossimo a New York probabilmente ci sarebbero migliaia di persone con quel nome, a Bhubaneshwar dubito ne esista uno. Se il tuo benefattore non vuole rivelare il suo vero nome o è un angelo mandato da Dio o uno mandato dal diavolo. In entrambi i casi ti consiglio di non affannarti a cercarlo, ci penserà lui stesso a farsi vivo al momento opportuno. Dio ti benedica, figliolo, il lavoro è solo iniziato”. Ed anche lui se ne andò.

La festa era finita e tutti erano esaltati dalla gioia del successo. Agostino e Joseph si avviarono verso la macchina e chiamarono Lilian: “Vieni; si è fatto tardi, è meglio che ti accompagniamo”.

Arrivati alla casa dei sacerdoti, Joseph porse a Lilian l’invito: “Prima mangiamo qualcosa e poi ti porto a casa”.

Alla fine della cena Agostino si scusò dicendo: “Ti dispiace se ti mando solo? Inutile che veniamo in due, io sono un po’ stanco, lavo i piatti e mi ritiro”.

Joseph acconsentì, ma allo stesso istante sentì crescere dentro di sé un misto di gioia e disagio, desiderio e paura. Per la prima volta si trovava da solo di sera con Lilian. Lungo il viaggio cercò di concentrarsi sulla guida per cacciare i desideri che via via aumentavano dentro di lui.

Fu lei a rompere il ghiaccio: “Come stai, Joseph? Ti vedo nervoso; il lavoro degli ultimi giorni ti ha stressato”.

“Hai ragione, la tensione, più che la fatica. La paura di dover soccombere, l’inaspettato aiuto, ora l’incertezza di chi sia questo ignoto benefattore; e la settimana prossima inizierà la scuola”.

“La vita è completamente diversa da quando eri in seminario a Bangalore, vero? Qui senza dubbio hai molte più soddisfazioni”.

“Non è così semplice come credi. Ogni giorno sono sottoposto alla tensione dicendo a me stesso: - cosa sarà? ci riuscirò?-; il lavoro è senza dubbio più appagante, ma è tanto e non mi dà il tempo di godere di ciò che faccio. È come uno che divora i suoi figli. Non ho più tempo per me stesso, neppure per pregare, solo per correre, e arrivo alla sera sfinito e svuotato. Forse ha ragione Agostino quando sostiene che non è ancora tempo per noi di andare a vivere dentro Balajinagar, almeno di notte possiamo fare una bella cena e riposare bene, ma questo urta i miei principi. Comunque siamo arrivati a casa tua. Posso scendere a conoscere i tuoi genitori?”. Lilian si schernì dicendo: “No! Vanno a dormire presto. Ferma la macchina lì, poco più avanti”.

Joseph provò una strana sensazione a quelle parole, ma obbedì. Lilian si volse verso di lui, lo afferrò per un braccio e disse: “Sappi che sarò sempre vicina a te. In qualsiasi momento ti sentirai stanco o depresso non avere paura a chiamarmi, io sarò pronta”, e così dicendo tirò a sé la testa di lui e lo baciò.

La passione scoppiò dentro Joseph. Quella era la prima volta in cui si trovava ad affrontare la trasgressione; cedette alla tentazione e provò una sensazione di paradiso. “Ciao, e non ti spaventare, non è successo nulla, solo un bacio”, concluse lei, quasi leggendo nella mente dell’amico.

Il viaggio di ritorno fu agitato, la sua mente era ancora a quei momenti. Quel bacio aveva risvegliato in lui i desideri che aveva soppresso sotto la mole del lavoro. Ora non riusciva più a contenerli. Lilian gli aveva dato un bacio, forse avrebbe voluto di più, forse l’aveva fatto solo per amicizia, anzi sì, di sicuro lo aveva fatto solo per affetto senza altre intenzioni, e poi ora lei era libera, ma lui no! Lui era prete, lui si era consacrato per servire Dio e i poveri non per legarsi ad una donna. Eppure il desiderio era così forte che ora si chiedeva che senso avesse il voto di castità. Per la prima volta mise in dubbio la validità di tale voto che andava contro un’esigenza umana così chiara. Voleva tornare a casa e gettarsi sul letto, dormire e dimenticare, ma al tempo stesso non lo voleva. Che sarebbe stato se Agostino si fosse accorto di qualcosa?

In lontananza intravide un locale a luci rosse, parcheggiò la macchina e si avviò là.

L’ambiente era surreale: musica molto alta, tanto fumo e cameriere con eleganti minigonne che correvano avanti e indietro servendo enormi boccali di birra.

Si sedette ad un tavolo e ordinò birra osservando le ragazze che danzavano sul palco. Esse assumevano movenze sempre più sensuali capaci di eccitare anche il più freddo degli spettatori.

Mentre lo spogliarello continuava, una cameriera gli porse il boccale e indicando una ragazza dietro di lei disse: “Vuoi che Lakshmi ti faccia compagnia? Ha sete, pagagli una birra”. Lui annuì e la ragazza si sedette al suo fianco. Aveva forse sedici anni ed era molto bella con occhi scuri e penetranti. Fu lei a rompere il ghiaccio dicendo: “Ciao, sei stato gentile ad invitarmi. Come ti chiami?”

“Ravi”, disse Joseph mentendo.

“Io sono Lakshmi. Dal tuo accento si direbbe che non sei di qui, vero?”

“Infatti sono del Karnataka, ma lavoro qui. Tu sei molto carina, come mai lavori in un posto come questo?”

“Mio padre è malato, mia madre deve prendersi cura dei ragazzi più piccoli. Io sono la figlia più grande e tocca a me procurare i soldi per mantenere la famiglia”.

“Mondo crudele, vero? È da tanto tempo che fai questo lavoro?”

“No, solo pochi mesi, da quando mio padre ha dovuto subire l’operazione e abbiamo finito quel po’ di soldi che aveva messo da parte in anni. Il lavoro è OK, tre danze a sera con spogliarello e poi il resto del tempo ai tavoli ad intrattenere i clienti e farli sentire felici. Dalle dieci alle cinque e poi a casa a fare i lavori domestici”.

“Ma non hai mai sognato di avere una vita diversa, una casa tutta tua, un vero lavoro?”

“O sì, come tutte le ragazze ho sognato che un giorno il principe azzurro sarebbe venuto a prendermi e mi avrebbe portato nel suo castello. Ma ormai tutto è finito. Sognare è un privilegio da ricchi. Nessuno sposerà mai una spogliarellista”.

Nella voce di Lakshmi c’era una vena malinconica che colpì profondamente Joseph muovendolo a pietà e al tempo stesso aumentando il suo desiderio sessuale.

“Vieni con me” disse lui, “ti posso aiutare a pagare le medicine di tuo padre”.

“No! Le regole sono molto strette: danzare e bere. Il resto è pericoloso, ammalarsi o rimanere incinte vuol dire fine della carriera. Se vuoi ti posso procurare una delle ragazze a disposizione per quel lavoro”.

La testa di Joseph cominciava a ronzare, non era abituato a bere: “Al diavolo un’altra”, disse, “Io voglio te e basta” e così dicendo allungò la mano per afferrare il braccio di lei. Lei accortasi che cominciava ad essere ubriaco si divincolò e aggiunse in fretta: “Scusami, devo andare, è il mio turno di danza”.

Joseph si trovò solo con la testa che gli faceva male. Eccola, era lei sul palco ed ora danzava mettendo in risalto ad ogni movimento una parte del corpo stuzzicando il piacere del giovane. Era proprio bella, pensò, e bevve. Poi lei cominciò a sfilarsi il reggiseno in un movimento fatto di mille piccole mosse dirette a scoprire e ricoprire i seni, e ad ognuna di esse Joseph si sentiva ferire e beveva; poi gli slip: Joseph non ne potè più. Lasciò sul tavolo un biglietto da cinquecento rupie, uscì e vomitò. “Dio mio, sono ubriaco. Ora che faccio? Come torno a casa?”. Intravide a poca distanza un rubinetto, corse là, infilò la testa sotto l’acqua corrente e vi rimase a lungo. Con l’acqua scorrevano tutti i suoi pensieri: “Maledetta Lilian, perché quel bacio? Perché solo quello e non il resto? Ma cosa ho fatto! Chi sono io ora?”

Tolse la testa dalla fontana e si avviò verso la macchina, vi entrò, la accese e lentamente si diresse verso casa.

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