giovedì 16 agosto 2007

Capitolo VII Tentazioni e ricordi

CAPITOLO VII

Joel ricevette la lettera, la lesse con calma e la depose nel messale. Alla sera nel silenzio della sua camera prese carta e penna.

Joseph carissimo, vivi con gioia la tua donazione. Vivi con gioia questa esperienza forte che Cristo ti concede. Maturare non è facile, ma tu sei sulla strada giusta.

Nella tua lettera mi chiedi cosa faresti se tu cadessi nello stesso sbaglio di Jeremy. Forse prenderesti la pistola e ti spareresti, ma quello sarebbe il vero sbaglio. Non so cosa sia passato nella testa di Jeremy, e non tocca a noi giudicarlo. Io me lo ricordo giovane e pieno di entusiasmo, non meno di quanto lo fossi stato io o lo sia tu. Preghiamo per lui perché trovi sempre chiarezza nelle sue scelte. Io penso che lo abbia fatto con coscienza, pensando di fare la scelta giusta.

Tutta la teologia che abbiamo studiato è stata scritta in bianco e nero, ma dimmi una cosa: quanto nero o bianco hai visto dal giorno della tua ordinazione? Ben poco, vero?

Ci sono delle persone che davvero non sanno resistere all’istinto sessuale. Alcune di queste le trovi anche tra i preti, ma coloro che lasciano il sacerdozio sono una piccola minoranza, e più spesso quest’istinto si manifesta in forme perverse di violazioni come l’abuso di minori. Quelli che lasciano il sacerdozio per vivere con una donna non lo fanno solo per l’attrazione sessuale, ma perché in quella persona trovano l’appagamento della voglia di amare, cosa che non sono riusciti a trovare nella loro vita sacerdotale.

Troppo spesso confondiamo l’amore con le manifestazioni sessuali. Esse ne sono una parte, ma non il tutto. Ci sono ottimi sacerdoti o religiosi che sanno vivere a fondo la loro castità, senza soffrire per la mancanza di queste manifestazioni fisiche. Ci riescono perché sanno vivere a pieno il loro amore attraverso una donazione totale di se stessi. Quando non riusciamo a trovare il senso del nostro amore, nel lavoro che facciamo, la libido torna a galla a reclamare la sua parte.

Non ti sto dicendo che dobbiamo reprimere i desideri e le spinte che proviamo dentro di noi. Non dobbiamo reprimere, ma offrire. Le dovremmo reprimere se fossero cattive, mentre le dobbiamo offrire a Dio perché sono una parte importante di noi stessi. Quando tu hai di fronte due cose belle e sai che puoi sceglierne una sola, puoi decidere di vivere sempre col rimorso di quella che hai lasciato da parte oppure concentrare la tua attenzione su quella che hai preso e rallegrarti per essa. Dipende solo da te.

Non giudicare mai, Joseph. Scelte come quella di Jeremy non si fanno mai a cuore leggero, e penso che lui abbia sofferto molto.

Tu mi chiedi come si fa a sapere se quello che provi per una persona è vero amore? Come fai a sapere che il cibo che delizia la tua bocca è buono o avvelenato? Ti fidi di chi te lo porge e ne vedi le conseguenze. Nell’amore non esistono regole, esiste la fiducia. La persona che hai davanti a te è più importante di qualsiasi altra cosa, ti fidi di lei e agisci di conseguenza. Talvolta non capisci quello che dice, altre volte sì, ma sei di parere diverso, eppure sai accettare e condividere. Il frutto dell’amore è una gran pace interiore. Questo non vuol dire che non ci saranno sofferenze o difficoltà, infatti quello che vediamo attorno a noi prova il contrario.

Ma tu hai iniziato la tua lettera invocando la parola pace e l’hai definita strana. La pace, come l’amore è una di quelle cose che si imparano a conoscere solo quando vengono a mancare. La pace è ben diversa dalla mancanza di problemi e di sofferenze, è molto più profonda e può andare di pari passo con i problemi e le sofferenze, anzi, in questo caso rafforza lo spirito perché l’amore è la forza più grande dell’animo umano. La pace nasce dalla convinzione interiore di aver fatto la scelta giusta, di avere la libertà e la possibilità di fare questa scelta, di affrontare con serenità i problemi sapendo che essi non ci tolgono quello che vogliamo ma solo lo rendono più distante, e quindi forse più appetibile. Devi rafforzare il tuo interno e le tue convinzioni e allora troverai la pace in ogni luogo, e nella pace la capacità di amare.

Quando ami una persona, cosa devi fare? Prima di tutto dalle libertà, libertà di ricambiarti o di andarsene, libertà di dirti che sei bravo o che sei deficiente. Non legarla a te a tutti i costi se lei non vuole. Ci saranno dei momenti in cui assaporerai dei bocconi molto amari che bruceranno dentro per giorni o per mesi, ma sarà una medicina che pian piano si trasformerà in nettare degli Dèi. La libertà è il modo migliore per mostrare rispetto a una persona, per farle capire che è importante. Gibran dice: - Se ami una persona lasciala libera di andarsene. Se il suo amore è vero tornerà da te, se no è meglio che sia andata -. Tante volte proverai il desiderio di possedere questa persona, farla diventare parte di te, ma così facendo sbagli prospettiva perché metti te stesso al centro”.

Joel piegò la lettera e la mise nel messale assieme a quella di Joseph. Non voleva firmarla e considerarla conclusa così semplicemente, essa conteneva un messaggio vitale per l’amico.

Il mattino seguente si alzò presto e si recò in cappella. Ormai non celebrava più la messa con i ragazzi. I canti e l’animazione lo disturbavano, egli preferiva vivere nell’intimità e nel silenzio quel momento così importante. Prese le due lettere, le depose sull’altare, vi stese sopra il corporale e celebrò l’Eucarestia per il confratello lontano.

Dopo la comunione si soffermò a meditare e il pensiero volò alla Siria e ad Ananda.

L’incontro con i giovani era stato un successo e i due erano estenuati. Ananda, con la scusa di avere una salute precaria chiese il permesso di andare a fare tre giorni di riposo nella piccola casa che nel convento di Joel era adibita all’accoglienza di ospiti e persone che volessero godere giorni di ritiro. L’occasione fu perfetta per condividere un po’ del loro tempo. Spesso Joel scendeva da lei, le portava un po’ di tè, parlavano del più e del meno, dei rispettivi lavori, dei risultati del loro apostolato, degli sforzi fatti assieme per preparare la festa dei giovani. Furono giorni sereni. La sera del secondo giorno, quando Joel le portò una bottiglia di acqua per la notte, Ananda era già a letto leggendo un libro. Quando la vide vestita con un’elegante vestaglia fiorita, provò un colpo al cuore, ma senza mostrarlo si scusò: “Perdonami, non sapevo che fossi già a letto. Ho pensato che di notte potresti avere sete e l’acqua dei rubinetti non è delle migliori”. Accennò ad andarsene. Ananda si accorse dell’imbarazzo e rispose: “Grazie! Non ti preoccupare, ero un po’ stanca ed è più comodo leggere a letto che seduta al tavolino. Siediti qui accanto a me e dimmi, com’è andata oggi con i tuoi giovani?”.

“Bene!” rispose Joel mentre si sedeva sul letto. “Sono tipi particolari; pensano di essere ‘grandi’ e invece sono ancora così immaturi”. Joel si sentiva a disagio. Una parte di sé gli diceva di andarsene, un’altra gli diceva di restare. Guardava l’amica e non vedeva alcuna preoccupazione in lei, come se le sole cose importanti fossero le parole che lui diceva. Il prete continuò: “Amano perdere ore ed ore a parlare di stupidaggini e non sanno affrontare nessun argomento serio. La sola cosa importante per loro è stare assieme”.

“Puoi forse biasimarli?” rispose lei facendo scivolare la sua mano ai fianchi del sacerdote. Improvvisamente Joel si ritrovò impotente di fronte al suo desiderio. Si voltò verso Ananda, la abbracciò stretta e con le labbra corse in cerca delle sue. Ora si accorse che lei si era irrigidita, che non sapeva come comportarsi. Quasi per rassicurarla le disse: “Non ti preoccupare, rilassati e lasciati trasportare dalla passione”, e bocca a bocca il bacio si fece più intenso. Ora Ananda era più distesa e lasciava che fosse Joel a condurre il gioco. Lui la teneva stretta accarezzandole fortemente la testa, la schiena, i fianchi, poi i seni che coperti dalla camicia da notte erano più sensuali che mai.

Ananda si addormentò come chi si sente al sicuro tra le braccia dell’amico. Joel provò di nuovo il senso di terrore. “Se solo tu sapessi che rischi stai correndo qui con me”, pensò “... Dio mio, è tua e io te la sto rubando. Perdonami”. La ricoperse con le lenzuola e uscì in silenzio spegnendo la luce.

Il fatto di quella sera cambiò radicalmente il rapporto tra i due. Ormai non potevano più nascondere i sentimenti che provavano l’uno per l’altra. Ma erano consacrati al Signore: fin dove potevano muoversi? Joel sentì il bisogno di andarlo a chiedere all’unico che potesse dargli una risposta. Tornato in casa si avviò verso la cappella, si inginocchiò per terra dietro l’ultimo banco, come il pubblicano del Vangelo e pregò: “Perché? Perché Signore mi hai fatto così? Perché continui a fidarti di me? Non solo ti sono infedele, ma provoco anche altri ad esserlo. La spinta che provo dentro è troppo forte. Fermami tu prima che combini qualche altro guaio”.

Il giorno dopo si avviò verso la stanza di Ananda. Sentiva il bisogno di chiarire le cose ma non sapeva come fare. Bussò ma non sentì alcuna risposta. Tornò un’ora più tardi, ma ancora nessuna risposta. Questa attesa lo sfibrava. Alle 10:00 preparò un po’ di tè, dei biscotti, un po’ di frutta e si avviò di nuovo da lei. Questa volta la trovò seduta al tavolo intenta a pregare. Posò il vassoio e attese in silenzio che terminasse. Quand’essa chiuse il libro lui iniziò: “per un attimo ho temuto di averti uccisa. Ho bussato alla tua porta un’ora fa ma non hai risposto”.

“Scusami: ieri dopo cena ho preso delle gocce per riposare e queste, quando cominciano a fare effetto durano a lungo. Tu come stai?” chiese lei.

Lui abbozzò un sorriso e replicò: “A me ci sarebbe voluta l’intera bottiglia delle tue gocce. Non ho chiuso occhio per tutta la notte. Desidero chiederti scusa per ieri sera, non avrei dovuto ...” Ananda lo interruppe e disse: “Non dire niente. Non è successo niente. Quando tu mi hai raccontato la storia di Jessy ho capito che nel tuo cuore c’era ancora una ferita che sanguinava, non tanto per la ragazza ma per il tuo modo di vedere le donne. Ho capito che avevi bisogno di fare l’esperienza di averne una vicina, di amarne una e vedere che l’amore può essere ancora qualcosa di bello. Non sapevo cosa avrei dovuto fare e ho scelto solo di esserci e lasciare che Dio ci guidasse. Quando mi hai stretta a te ho provato una sensazione forte che non so descrivere; qualcosa che non avevo mai provato in vita mia. Un misto di paura e di gioia. Non sapevo come comportarmi e ho capito che conveniva lasciar fare a te. Non fartene delle colpe, sentimi sempre vicina a te quando ne hai bisogno. Quello che è successo tra noi non è niente di sporco, è stata solo una manifestazione del mio e del tuo essere. A te è tornata in mente Jessy? Questo è lo sbaglio. Lei è andata, ora ci siamo io, tu e il Signore”.

Da quel giorno i due si incontrarono altre volte, nonostante la difficoltà di far coincidere gli orari e trovare dei luoghi e dei tempi lontano dagli sguardi maligni degli altri. Alcune volte si trattava di dialogo, altre volte rinnovavano l’abbraccio e il bacio, e ciò ora veniva spontaneo ad entrambi. Anche l’affinità spirituale tra i due era cresciuta enormemente. Ora si raccontavano tutto, le difficoltà dell’apostolato, della vita comunitaria e anche quelle intime. Non esisteva parte della giornata di Ananda che Joel non conoscesse e così era della vita di Joel, anche se lui restava sempre più schivo, più riservato: più pauroso?

L’amicizia con Ananda l’aveva rafforzato molto, e lui credeva di poter ormai gestire il desiderio che provava dentro di sé ogni volta che la incontrava. Ormai aveva superato anche lo scrupolo iniziale di vivere una doppia vita. Quando però l’estate si avvicinò i due si incontrarono in un pomeriggio piuttosto caldo. Mentre si abbracciarono e stretti si adagiarono sul divano lei, con naturalezza, cominciò a sbottonarsi il vestito incollato dal sudore. Joel provò un desiderio più forte che mai. A stento riuscì a trattenersi. Si avvicinò, la aiutò a sfilarsi l’abito e come per distrarsi lo portò all’attaccapanni. Quando si volse di nuovo notò come la sottoveste mettesse ancora più in risalto le forme del suo corpo. Mio Dio, era proprio bella. Si avvicinò di nuovo, l’abbraccio tra i due divenne più intenso che mai. Le loro labbra non si lasciavano un solo istante. Le braccia di lui cominciarono a sfiorarle la schiena fin giù verso le natiche fino a raggiungere l’orlo della sottoveste, pian piano la sollevò e la sfilò. Lei fece lo stesso con la sua maglietta. Ora, che anche lui era a torso nudo, i due corpi erano a contatto, muovendosi uno sul sudore dell’altro. Le mani di Joel raggiunsero la chiusura del reggiseno e la slacciarono. Lei accennò a volerlo riallacciare ma lui respinse dolcemente le mani di lei, fece scivolare le spalline e lo tolse definitivamente. Ora la sua bocca si spostò in basso, verso il centro dei seni accarezzandoli con la lingua; da lì su una mammella e poi sull’altra succhiando come fosse un bimbo affamato. Ananda si muoveva in un’ansia carica di piacere e più avrebbe voluto respingere il compagno più lo stringeva a sé.

Le mani di Joel discesero di nuovo lungo il corpo di lei, raggiunsero gli slip ed entrarono in essi accarezzando la parte interiore delle gambe dell’amata. Pian piano provò a far scendere gli slip, ma improvvisamente si accorse che il corpo di Ananda ebbe un sussulto. I due si bloccarono. I loro sguardi si incrociarono e rimasero per alcuni istanti in silenzio quasi cercando di capire che pensieri passassero per la mente dell’altro, o forse evitando di dar spazio ai propri pensieri. Ananda si sistemò gli slip, allacciò il reggiseno e si chinò per prendere la sottoveste.

Joel per rompere la tensione disse: “Aspetta sei tutta sudata” e andò a prendere un asciugamano. Glielo porse: “Scusami, forse abbiamo esagerato”.

La dolcezza del momento aveva lasciato spazio ad un’amarezza profonda e più ripensava a quei momenti di intimità, più il suo corpo desiderava andare fino in fondo, ma gli tornava in mente il sussulto di Ananda, il suo volto stanco e triste, gli occhi terrorizzati che aveva incrociato quando l’aveva lasciata, e questo gli faceva terribilmente male. Quella sera in chiesa non riuscì a pregare. Sentiva un peso enorme bloccargli lo stomaco, come se avesse mangiato tonnellate di veleno. La testa aveva come un cerchio che la stringeva e la sua mente vagava, immaginava, sognava. Che sarebbe stato se lei non lo avesse fermato? Era tutto come la prima volta, come in Thailandia. Doveva fuggire di nuovo: dove? Riscrivere una lettera ai superiori? Cosa scriverci: che stavolta c’entrava una suora? Ci sarebbe stata di nuovo la fiducia che gli avevano mostrato la prima volta? Non sarebbe mai più riuscito a vivere da prete, era tutto inutile; ma cosa fare? Poi di nuovo quegli occhi: erano lì davanti a lui quasi ad accusarlo. “Dio mio, sto pensando solo a me a cosa ho fatto a cosa farò; e Lei? È lei che ho ferito, è lei che ho tradito e sono qui a leccare le mie piaghe. L’ho condotta con inganno fino ad un punto dove non avrebbe mai voluto arrivare e stavo per farle qualcosa del quale si sarebbe dispiaciuta a vita. Come ripresentarmi? Cosa dirle? Tu ce l’hai messa tutta ma io non ne sono capace? Hanno senso queste parole?”.

Il mattino successivo fu lei a chiamarlo: “Potresti passare dal mio ufficio, per favore?”

“Quando?”, replicò il prete non sicuro di volerci andare;

“Quando vuoi”.

Lui vi andò titubante pensando a cosa dire, che scusa portare per giustificarsi. Quando arrivò, la trovò intenta a lavorare sui registri. Senza alzarsi o perdere tempo in saluti gli porse una busta dicendo: “Qui sono le fotografie che mi avevi dato. Riprendile pure, penso di non averne più bisogno”.

Joel provò ad abbozzare due parole, ma lei non glielo permise e guardandolo con volto teso disse: “Tu non hai capito niente. Io ho messo in gioco tutta me stessa per aiutarti e tu non lo hai capito. Ieri credevi di trovarti ancora assieme a Jessy; è a lei che pensavi, non ti sei minimamente preoccupato che con te c’ero io. Non mi sono mai sentita così umiliata. Credo che il mio compito sia finito”.

Avrebbe voluto piangere, ma il suo orgoglio non glielo permetteva. Tratteneva dentro di sé l’umiliazione e sebbene bruciasse come le fiamme dell’inferno non la mostrò.

Joel, cogliendo lo stato d’animo dell’amica disse solo: “Perdonami!”, poi si volse verso la porta e uscì.

Entrambi passarono giorni pesantissimi. Pretendevano che nulla fosse successo, ma non era possibile; pretendevano che l’altro non esistesse ma più si sforzavano più lo trovavano davanti agli occhi. Non poteva essere tutto finito, non in questo modo. Forse quell’anno trascorso assieme era stato troppo bello per essere vero? Davvero non era possibile l’amore tra un uomo e una donna in cui il rapporto sessuale non c’entrasse?

Le parole di Ananda l’avevano ferito più che mai distruggendo in un istante quello che aveva creduto di costruire in quell’anno. Ma in una cosa si sbagliava. Non era a Jessy che lui pensava, e non era più la ragazza tailandese il problema, il problema era lui. Non aveva ancora capito cosa fosse il vero amore. Di fronte a sé quel pomeriggio aveva visto proprio lei, Ananda e non aveva più saputo rimanerne senza.

Come poteva ora vivere senza di lei? Ancora peggio, come poteva far finta che non esistesse visto che la incontrava spesso nel lavoro?

Dopo sette giorni Joel dovette recarsi al convento della Misericordia per le confessioni. Man mano che le suore passavano lui continuava a pregare: “Signore fa che non venga”. Quando l’ultima suora uscì si illuse che fosse fatta, invece essa entrò nella stanza, si sedette di fronte a lui col volto sorridente, come la prima volta che l’aveva vista, e con voce calma disse: “Non ti preoccupare, non sono venuta a confessarmi, ma a dirti che avrei piacere se domani ci potessimo incontrare”.

“Devo venire domattina nel tuo ufficio?” replicò il sacerdote.

“No! C’è troppa gente che va e viene, incontriamoci da soli come al solito, abbiamo bisogno di parlare con calma”.

“Ma sei proprio sicura di volerlo?”.

“Sì! A domani”.

Il giorno dopo Joel si recò da lei. Si sedettero uno da una parte e l’altra dall’altra del tavolo e si guardarono intensamente. Era difficile raggiungere la profondità degli occhi neri di Amanda, così in contrasto con quelli chiari di Joel. Fu lei a rompere il silenzio. “Mi sono sentita fortemente ferita. Ho pensato di aver sbagliato tutto, ho pensato che mi avevi tradito, o meglio che avevi tradito l’amore che io provavo per te. Avevo messo il gioco tutto per te, andando ben oltre a quello che la mia sensibilità di suora o il mio orgoglio di Indiana mi imponevano. A tutto ho rinunciato per te e tutto ho visto crollare. Ho pregato, ho pregato molto. Ho pianto davanti al crocifisso come non avevo fatto da anni. Gli ho detto: - Io l’ho fatto per te, perché è un tuo prete. Tu sai quanto ho sempre amato i sacerdoti e quanto ho sofferto ogni volta che li vedevo soffrire. Ho fatto di tutto, ma ho sbagliato: perché? Che altro avrei dovuto fare?-. Poi ho capito che se si fa un dono non lo si può ritirare, bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo. Ho capito che non potevo abbandonarti proprio ora, e la pace è tornata nel mio cuore. Scusami per le parole dure che ti ho rivolto. Abbiamo sbagliato in quello che abbiamo fatto, ma questo non può cambiare l’amore che c’è tra noi. Sei disposto a ricominciare?”

Queste parole martellarono nella mente del prete. Lui esperto di teologia, esperto di pastorale, consigliere delle anime del Signore aveva ricevuto oggi la lezione più grande: la lezione dell’amore vero.

Si rivolse a lei sillabando le parole con voce tremula: “Ti ringrazio, amore, ti ringrazio perché mi dai la possibilità di rinascere. L’errore è stato tutto da parte mia. Ma vorrei che tu sapessi una cosa: quel giorno non ho visto Jessy, ma te, ed è per questo che non sono riuscito a resistere. Sì, sono disposto a ricominciare, ma come? Incontrarci da soli vorrà dire esporti ogni volta a pericoli maggiori. L’ultima volta sei stata fortunata: ma sarà sempre così?”

“Il Signore mi ha dato il dono di incontrarti e di poter fare qualcosa per te. Cerchiamo di essere prudenti e fidiamoci di lui”.

Il suono del campanello che svegliava i ragazzi richiamò Joel alla realtà. Prese la lettera, la firmò e la sigillò.

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