sabato 4 agosto 2007

Capitolo V Innamorarsi


CAPITOLO V

Joseph stava tenendo una conferenza ai ragazzi. Dal cortile si sentiva gridare: “Se non imparate l’Inglese resterete sempre dei religiosi di seconda categoria!”.

Quando terminò, scese in cucina a prendere una tazza di tè. Dalla finestra notò che Joel stava divertendosi a parlare con le galline racchiuse nel recinto dietro casa. Prese un’altra tazza di tè e uscì verso di lui. “Appa”, disse, “le ho portato qualcosa di caldo”.

“Ti ringrazio, figliolo. Queste gallinelle stanno crescendo bene e a Dio piacendo fra meno di un mese avremo venti uova al giorno”.

Il giovane si mostrò stupito e riprese: “Non sapevo che lei si interessasse anche di animali”.

Rispose Joel: “Non sono certo un esperto, ma amo tutto ciò che è vivo. Ho notato un nuovo vaso di fiori in refettorio: non ti sei mai chiesto che differenza c’è tra quel fiore che vedi oggi e com’era ieri? Non ti sei mai fermato a guardare come cambiano le cose attorno a noi? Noi diamo tutto per scontato, ma dietro ogni minimo cambiamento si nasconde una storia magnifica di fatiche, di sforzi, di speranze e di delusioni. Oggi mi sono divertito ad ascoltare da quaggiù il tuo discorso. Devo confessare che hai una voce abbastanza potente per essere un Indiano. Hai mai pensato che ognuno di quei ragazzi è qualche cosa di più che un allievo, che un destinatario delle tue lezioni? Hai mai pensato che per sedici, diciassette anni ognuno di loro ha vissuto una vita stupenda, diversa in ogni minimo particolare da quella di tutti gli altri? Joseph, noi siamo chiamati ad aiutare, ad incoraggiare, mai a giudicare o castigare. Dobbiamo aiutarli a discernere, non rompere le speranze che essi nutrono nell’intimo”.

“Ha ragione, Appa, ma oggi ero un po’ nervoso e mi sono lasciato prendere la mano”.

Il religioso lo guardò con affetto e poi disse: “Niente in cui io possa esserti di aiuto?”

Il giovane si fece rosso in volto, avvicinò due sedie, fece sedere l’amico, poi si accomodò lui stesso e iniziò: “Sto ancora scavando nel mio passato. Si ricorda che le ho accennato di essere rimasto colpito da una delle suore che confessavo. Alle volte mi capitava di ripensare a quanto lei mi aveva detto in confessione, e il pensiero tornava insistente. Il problema non era stato rispondere, anche perché mi sono accorto che la cosa importante per lei era di sfogarsi, piuttosto che di trovare delle risposte. Per la prima volta mi rendevo conto cosa significasse la frase – la persona che hai di fronte è una donna -. Non tanto una religiosa fatta di regole da osservare e apostolato da svolgere, ma una donna, giovane, attraente e al tempo stesso paurosa, insicura, indecisa; una donna che si aspettava da me la capacità di capire e il coraggio di decidere. L’ultima volta che provai fortemente questo imbarazzo, risposi secondo quanto ritenevo opportuno in quel momento. Quella notte non riuscii a dormire. A dire il vero anche la notte scorsa, stuzzicato dal suo discorso, non ho chiuso occhio. Pensavo continuamente a lei, a cosa altro avrei potuto dirle, a cosa sarebbe successo se...” e qui si fermò imbarazzato. Joel, fingendo di ignorare la situazione del confratello sottolineò: “se... cosa?”.

“Padre, lei mi capisce; se poche confidenze mi avevano già disturbato così, cosa sarebbe successo venendo a conoscere di più sulla sua vita? Sarei riuscito a restare neutrale, giudicare da fuori, vincere la mia curiosità morbosa, contenere il mio sentimento di simpatia? E se poi anche lei si fosse trovata ad avere la stessa simpatia verso di me? Questa fu la paura, Appa, non potevo portare avanti questo peso, non ne sarei stato capace, sarei potuto cadere da un momento all’altro nella tentazione di piantare tutto”.

Joel lasciò passare qualche secondo di silenzio poi pose una mano sulle ginocchia del confratello e disse: “Caro Joseph, quella era una delle esperienze più belle e necessarie della tua vita, quell’esperienza di cui ti parlai la prima volta. Fino al giorno prima eri un bravo ragazzo, in quel momento stavi diventando un uomo. Non si può ascoltare una persona e rimanere indifferenti. Più conosci l’intimo dell’altra, più ti trovi debole di fronte a lei, provi affetto per la sua situazione e desiderio di fare qualcosa. Tu mi dici che temevi di innamorarti? Volesse il cielo! Eri nella posizione di poterlo fare nel modo giusto, senza che la passione avesse la meglio sull’intelligenza. Non potrai mai essere un bravo sacerdote se non avrai amato seriamente almeno una volta in vita tua una donna. Temevi che questa suora in futuro avrebbe potuto provare dell’affetto per te? Io ti dico che già lo provava. In quel momento vedeva in te un padre spirituale, un domani avrebbe visto un fratello spirituale, e forse dopo anche un amante spirituale. Toccava a te gestire la situazione con sapienza. Dovevi solo capire quando era tempo di ascoltare e quando di tagliare, quando di chiedere e quando di non dare importanza alle parole dell’altra. Hai avuto paura di non esserne capace? Questa era la tua ancora di salvezza. Guai a chi si sente troppo sicuro in questo campo: o si trasforma in un mostro che distrugge l’altro, o cade peggio di tutti. Quando ti innamori di una persona, devi aggrapparti a Dio e il tuo amore per Dio deve essere sempre un passo più avanti di quello per lei, ma non potrai fare a meno di provare amore se vuoi aiutarla. La passione ti spinge spesso dove non vorresti, l’intelligenza dovrà essere più forte della passione. Spesso ti trovi impotente, spesso desideri addossarti tutte le sofferenze dell’altra per alleviarla, ma capisci di non poterlo fare. Spesso la vedi partire triste e vorresti richiamarla indietro per consolarla, ma sai di non poterlo fare; l’angoscia è ciò che fa di te il vero aiuto per lei. Il tuo amore è vero nella misura in cui sai soffrire e lasciarla soffrire perché possa crescere nel modo migliore. Siile vicino, ascoltala, e quando torni a casa riporta tutto al Signore davanti al tabernacolo.

Dovrai soffrire per tutto questo: ne sei disposto?”.

Alla sera Joel rientrò tutto sudato da una visita in città. Aveva approfittato del pomeriggio non troppo caldo per andare a visitare il suo amico dottore. Questi gli aveva rinnovato la profilassi di pastiglie e l’aveva rassicurato. Nel salire le scale si accorse che la luce della cappella era accesa; pensò di andare a fare una visita al Santissimo Sacramento. Seduto per terra a gambe incrociate, vicino all’ambone stava Joseph assorto in meditazione. Joel si preoccupò di fare meno rumore possibile, si sedette sul banco più vicino e pregò. “Signore risparmiagli la sofferenza frutto degli sbagli. Per anni essa è stata compagna della mia vita, sorella gemella dell’amore; dove questi andava, lei lo seguiva fedele. Fa che lui possa sperimentare la dolcezza dell’amore e della donazione senza l’amaro degli scrupoli e della paura, e con libertà e sincerità cammini sempre nella via che tu gli hai preparato. In lui rivedo il giovane che avrei dovuto essere e non fui, ma temo che lui pensi a me come il futuro che vorrà essere”.

Il giovane si accorse della presenza dell’amico e si avvicinò. “Appa, sono venuto a chiedere a Dio un consiglio e lui mi ha risposto mandandomi lei. Ha un minuto per me?”

“Certo, siediti qui e racconta”.

Il giovane riprese: “Come giustamente lei diceva, quando si entra in relazione con una persona, ci si scopre deboli, si scoprono aspetti della propria vita che prima erano sconosciuti. Io lo sto sperimentando ora. Non ho mai toccato una donna in vita mia se non per stringerle la mano, e anche questo l’ho fatto di rado. Nonostante siano passati quattro mesi, mi capita ancora che quando il mio pensiero vaga, torni in me l’immagine di suor Lilian. In quel momento una parte del mio corpo comincia a soffrire per il desiderio di accarezzarla, toccarla, sentire che è vera davanti a me e non solo un frutto della mia immaginazione. La cosa peggiore è che spesso questi pensieri mi vengono quando sono in chiesa a pregare. Io provo a cacciare queste tentazioni ma non ci riesco”.

“Caro Joseph”, rispose il sacerdote, “la suora che in quel momento è lì di fronte a te è frutto della tua immaginazione, come lo sono state tutte le donne che hai incontrato finora, come lo è stato il Joseph con cui hai convissuto. Non che queste persone non siano reali, ma non è reale l’immagine che ti sei fatto di esse. La donna che ti appare in questi pensieri non è suor Lilian, ma l’insieme dei desideri e delle paure che ti porti dentro e che ora rivesti delle sembianze di lei. Non è lei che vuoi toccare, ma il senso della trasgressione, del proibito, di quello che per anni hai soppresso e ora torna a galla. Se questi pensieri ti vengono durante la preghiera, non cacciarli, trasformali in preghiera perché è questa la parte che Dio vuol guarire in te oggi, non il resto. Forse tua madre da piccolo ti ha accarezzato poco e tu con tua sorella hai giocato poco. Ti manca questa parte femminile nella tua vita affettiva. Non ti sto dicendo di andare ad accarezzare suor Lilian, intendimi bene, ma tu devi imparare a sublimare questa mancanza e vivere con più spontaneità le relazioni. Guarda Gesù, con quanta naturalezza ha vissuto il rapporto con le donne e con quanta trasgressività nei confronti delle tradizioni del suo tempo. Me lo immagino mentre aiuta l’adultera ad alzarsi dopo averla salvata dalla lapidazione, e subito la lascia andare. Pensa alla donna che gli bagna i piedi di lacrime e li asciuga con i suoi capelli, essa pure forse era una prostituta; lui la lascia fare e la difende dai commenti del capo della casa. Pensa alla Maddalena che dopo la resurrezione gli si getta ai piedi e glieli abbraccia; Lui dice – Non toccarmi -, non perché non vuol essere toccato ma per farle capire che in quel momento ha un compito più importante da affidarle, diventare annunciatrice della notizia più grande della storia del mondo. Gesù ha il coraggio di toccarle e di lasciarle andare. Dovrai iniziare a preoccuparti quando ti accorgerai che non riesci a lasciarle libere”.

Joseph ringraziò e tornò alla sua preghiera. Anche Joel continuò la preghiera e con la mente ritornò in Siria.

Per circa un’anno il rapporto tra Joel e Ananda fu strano, una specie di gioco a chi riusciva a provocare l’altro e a nascondersi. La vita proseguiva tranquilla, Joel andava ogni quindici giorni a confessare le suore, rimproverava Ananda di essere troppo critica, a sua volta lei lo rimproverava di essere noioso e troppo aereo, e tutto sembrava tranquillo. Questo gioco nascondeva però la paura di esporsi troppo. Joel aveva ancora delle ferite dentro l’anima e ogni volta che vedeva Ananda queste ricominciavano a sanguinare. Una voce risuonava spesso nella sua mente: Lei ti ha raccontato la storia della sua vita, una storia molto normale e tranquilla, la storia di una brava monaca. Ma possibile che non si sia mai innamorata di un ragazzo, non abbia mai avuto dubbi sulla sua vocazione? La curiosità era forte, ma Joel non avrebbe mai potuto chiedere una cosa del genere, avrebbe distrutto per sempre la loro amicizia, glie l’avrebbe fatta perdere per sempre.

Un ponte per aumentare l’unione dei due fu lanciato ancora una volta dalla Provvidenza. I Vescovi della Siria organizzarono una giornata per tutti i loro giovani. Le suore del convento della Misericordia furono coinvolte nei preparativi. In particolare Ananda e una suora di un paese vicino furono incaricate di provvedere a tutto il necessario per la celebrazione eucaristica finale. Nessuna delle due aveva a disposizione una macchina, così Ananda colse al balzo l’occasione e coinvolse Joel nel comitato, in qualità di aiutante e autista. Per vari giorni dovettero uscire insieme in cerca di tutto il necessario; tutto doveva essere bello, vistoso e adatto. In molte di queste occasioni i due si trovarono soli e quindi ebbero l’opportunità di parlare. Fu proprio in questo periodo che Joel ricevette una lettera dalla Thailandia che lo preoccupò. Si trattava di un affare delicato e non sapeva con chi parlarne. Alla fine pensò che Ananda fosse la persona adatta. Mentre si trovavano sulla via di ritorno da Damasco la interpellò: “Senti, Ananda, avrei un grosso favore da chiederti. Si tratta di una cosa molto delicata sulla quale ho assoluto bisogno di un parere che sia di un esterno, possibilmente di una donna”.

“Dimmi pure”, rispose lei. Si fermarono in un luogo isolato sulla strada che da Damasco risaliva ad Homs, si sedettero su dei sassi e lì Joel cominciò la sua storia.

“Ti ricordi quel giorno in riva al Mar Rosso? Ti ho raccontato la mia vicenda di missionario e di come l’esperienza si era conclusa. A dire il vero, il disaccordo tra me e il direttore non fu l’unico motivo del mio ritiro, e neppure il più importante. Io ero incaricato dei giovani e con molti di loro ero molto affiatato. C’era in particolare una ragazza di vent’anni, Jessy, che veniva da me per direzione spirituale. Soffriva perché non sapeva come vivere il rapporto con il suo fidanzato, Brian. Si incontravano da quattro anni si erano già lasciati e rimessi assieme tre volte. Avevano fatto l’amore molte volte, ma mentre Jessy, cercava un rapporto profondo, desiderava essere capita e accettata, Brian era molto superficiale, come se il rapporto sessuale fosse l’unica cosa importante. I due litigavano spesso e ogni volta che si piantavano Jessy cadeva tra le braccia di qualche altro, che con la scusa di confortarla la sfruttava. Tre furono le persone con le quali aveva avuto rapporti. Io cercai di farle capire che questo suo bisogno di qualcuno su cui appoggiarsi, la rendeva molto vulnerabile, e quindi la prima cosa che doveva fare era acquistare fiducia di sé ed indipendenza. Nella mia inesperienza non mi rendevo conto che ero riuscito sì a staccare Jessy da Brian, ma che l’avevo attaccata a me. Le sue visite aumentarono notevolmente, come aumentarono le sue richieste di uscire assieme con scuse varie che all’inizio erano motivi pastorali, alla fine anche solo l’andare al cinema assieme o a mangiare un panino al McDonalds. L’amicizia con questa ragazza e il vederla maturare mi restituiva quella soddisfazione che non trovavo più nel lavoro in parrocchia e in comunità. Un giorno, mentre la riaccompagnavo a casa, mi disse: - dammi un bacio -. Io rimasi sconvolto dalla richiesta, non tanto per la provocazione, ma perché era proprio quello che dentro di me desideravo ma non avevo il coraggio di chiedere. Cedetti e fu un’esperienza bellissima ma amara. Finalmente davo sfogo a qualcosa che per tanto tempo avevo tenuto represso in me, ma fu amara per tutti i pensieri che questa provocò.

Quella notte non dormii per l’agitazione che provavo e il giorno dopo decisi di porre fine a quella situazione, quindi fissai un appuntamento con lei. Ci vedemmo quella sera in città e io le dissi chiaramente che quello che era successo la sera prima era stato uno sbaglio, qualcosa di bello, sì, ma uno sbaglio perché non poteva avere un futuro, data la mia posizione. Conclusi dicendo: - Da domani non ci potremo mai più vedere da soli, e non obiettare perché in questo comando io -. Lei rimase scossa dalla mia decisione e soprattutto dalla forza della frase finale; quindi replicò: - Se da domani comandi tu, oggi chi comanda? – Aveva colto nel segno. La mia decisione era stata dettata dalla paura, ma in fondo anch’io desideravo questo rapporto. Mi lasciai prendere dal desiderio e dissi: Oggi comandi tu. – Bene, rispose, allora portami in un motel”.

Ananda, senza mostrare turbamento ma con molto affetto lo interruppe: “Cosa c’entra tutta questa storia con ora? Qual’è il tuo problema?”.

Il sacerdote continuò il suo racconto: “Naturalmente era la mia prima volta e quindi tutte le emozioni si accumularono. Il giorno dopo ero pieno di scrupoli di ogni genere. Avevo distrutto tutti i miei sogni; avevo tradito tutte le persone che avevano fiducia in me, tutti quelli che mi chiamavano “Padre”; avevo disonorato la mia congregazione e la mia famiglia. Mi sembrava che mia nonna, morta da vari anni, ma molto affezionata a me, dal cielo mi guardasse e mi giudicasse. Ebbi paura di tutto e di tutti”.

Presi in mano la penna, scrissi una lettera al Direttore generale raccontandogli tutto e in meno di un mese ero già a Roma. Di Jessy ebbi solo notizie sporadiche. Si era rimessa con Brian, si erano sposati, dopo un certo tempo aveva avuto un figlio e poi un secondo. Io passai un anno durissimo in cui di proposito misi in dubbio la mia vocazione per riscoprirne il vero senso; devo ringraziare i superiori che me ne diedero tutte le possibilità. Pensavo di aver passato tutto, di aver ritrovato la serenità, la voglia di lavorare, ma l’altro giorno ho ricevuto una lettera che mi ha turbato. Quando ho saputo della nascita del secondo figlio di Jessy sono stato felice perché per quattro anni era stata a assieme a Brian e non era mai rimasta incinta il che mi aveva fatto pensare che lui fosse sterile. Ora la nascita dei due figli smentiva la tesi. La lettera che ho ricevuto viene da Jessy che chiede un mio parere. Mi dice che da tempo le cose con Brian non funzionano più tanto bene, e lei si è innamorata di un altro, Tom, con cui ha avuto anche una lunga relazione. Due settimane fa Brian ha scoperto che il loro secondo figlio non è suo ma di Tom, e preso dalla rabbia l’ha picchiata. Tom le ha chiesto di lasciare Brian ed andare ad abitare da lui. Ora lei non sa cosa fare. Il problema principale di Jessy è la sua instabilità interiore, il non saper essere costante nelle scelte quando c’è da sacrificarsi, ma ho paura a dirle questo, ho paura perché se il secondo figlio di Jessy non è di Brian, il primo di chi è? Io non ne conosco l’età, ma cosa dovrei fare se venissi a scoprire che il primo è mio figlio e che lei si è rimessa con Brian solo per coprire la cosa? Cosa devo risponderle?”.

Ananda rimase sorpresa dalla sincerità e apertura con cui Joel le espose i fatti e al tempo stesso ne comprese il dramma interiore. Il suo era solo un senso di colpa per essere stato la causa del matrimonio fallito di Jessy? Era il senso di paternità che sbucava fuori? Forse amava ancora la ragazza? La situazione era delicata e Ananda capiva il pericolo che soggiaceva ad ogni scelta. Non bisognava avere fretta né lasciare che il sentimento avesse il sopravvento, ma voleva anche aiutare Joel a ricuperare la serenità e la capacità di relazioni con le persone dell’altro sesso.

Rispose con tono duro: “Non farti prendere da inutili sensi di colpa. Prima di tutto non sai se il figlio è tuo, niente te lo fa pensare e lei non te ne ha parlato. Non metterti in situazioni che ti farebbero solo soffrire e che nessuno vuole per te. Lei ti ha chiesto un parere sul suo rapporto con Tom e tu devi rispondere a quello, non al resto. Dopo tutto ricordati che tu conosci almeno quattro persone oltre te con cui Jessy è andata a letto, ognuno potrebbe essere il padre. Non lasciare che rovini il tuo sacerdozio per il quale hai lavorato diciassette anni per costruirlo e un altro per recuperarlo. Prima che tu partissi lei ti ha dato la libertà di scegliere e tu hai scelto. In virtù della stessa libertà devi continuare su questa strada”.

A Joel non piacque il tono duro, ma si accorse che la suora aveva ragione. Si limitò a dire grazie e in silenzio si riavviarono alla macchina.

Durante un altro dei viaggi di ritorno da Damasco Ananda gli disse: “Perché non ci fermiamo qualche momento sotto delle piante a mangiare qualcosa. Ho portato dei panini e delle patatine, così non avremo l’assillo di arrivare a casa in tempo per il pranzo”.

Trovarono un posto tranquillo e si fermarono. Il sole era coperto e l’aria del deserto pungente. Mentre mangiavano Ananda, fece passare il suo braccio sulla spalla di lui rimanendogli al fianco; poi domandò: “Hai scritto a Jessy?”. Joel sentì un brivido attraversargli tutta la spina dorsale. Si stava avverando quello che da tempo sognava? Ananda gli stava mandando un messaggio implicito? Si riprese da quel pensiero e si disse di non correre con la fantasia. Aveva di fronte a sé la persona che più di tutte amava, non poteva tradirla lasciandosi guidare dalla passione. Si fece forza e rispose: “Sì, l’ho fatto. Ti devo ringraziare perché mi hai dato la forza di essere oggettivo nell’esprimere le mie osservazioni, anche se forse sono stato un po’ freddo e distaccato. Comunque ho già ricevuto la sua risposta e anche lei mi è sembrata molto distaccata dicendo che aveva già pensato che le conveniva restare con Brian, anche per non addolorare tutti i suoi parenti che sono abbastanza tradizionalisti e non sanno niente di tutte le altre storie. Ormai Jessy è passata. Non la vedrò mai più, e penso che la lezione di stavolta mi sia servita molto”.

Terminato lo spuntino e la tazza di tè caldo presa dal termos, si avviarono pensierosi e silenziosi verso la macchina. “La lezione di stavolta”: Ananda pensò alla lettera di Jessy, ma Joel aveva ancora in mente quel braccio gettato sulle sue spalle e la sua reazione istintiva. La passione che aveva provato in quel momento era la stessa di cinque anni prima quando Jessy gli diede il bacio. Anche la paura fu la stessa, e così la voglia di trasgredire.

Nel suo angolo buio nella chiesa, con davanti la figura di Joseph intento a pregare, Joel concluse la sua invocazione: “Dio mio, alle volte mi chiedo perché mi hai dato tutta questa capacità di sentire, emozionarmi; questa passione che brucia e non dà pace; però te ne ringrazio. Non so cosa sarebbe stata la mia vita se invece dell’io che sono ci fosse stato un robot dal collo torto. Grazie, perché ti sei fidato di me”.

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