giovedì 2 agosto 2007

Capitolo IV Memorie

CAPITOLO IV
La camera di Joel si trovava nella parte nord della casa, distante dal cortile, e quindi vi regnava sempre un gran silenzio. L’aveva scelta apposta perché amava la solitudine e la pace. Da quando poi si era ammalato, amava passare lunghi momenti, immerso nei suoi pensieri. Si tirò un po’ su appoggiandosi ai cuscini, prese in mano il breviario e si mise a pregare. “E tu, Signore, Dio di pietà, compassionevole, lento all’ira e ricco di grazia ...” Ah come risuonavano profonde queste parole; quante volte le aveva udite proprio in confessione. Era “Lei”, che ogni volta iniziava così il suo atto di dolore.
Confessare le suore, la stessa paura di Joseph l’aveva avuta lui quando anni prima, in un’altra parte del mondo gli avevano fatto la stessa proposta. Chissà cosa mi racconteranno; che ne so io di psicologia femminile; dovrò sorbirmi tutti i loro pettegolezzi. Erano tutte false ragioni che nascondevano quella vera che come al solito temeva di affrontare: entrare in confidenza con delle donne, alcune delle quali giovani e desiderose di amore, significava esporsi sentimentalmente. E se mi innamorassi? Se una di loro si innamorasse di me? Queste erano le vere domande, le vere paure. Per tutto il periodo della sua formazione, il rapporto con le donne, specialmente con le ragazze era sempre stato visto come un pericolo da evitare, più che un’opportunità per maturare: rudis et brevis.
Alla fine aveva accettato.
Il primo anno era stato tranquillo, una scoperta lenta del mondo femminile fatto di gelosie ma anche capacità di donarsi, piccole vendette, ma anche tanta dedizione. Alla fine di quel primo anno successe però qualcosa che cambiò radicalmente la sua vita. Alla comunità era stata assegnata una nuova suora, Indiana di origine ma proveniente dall’Italia. In quei giorni si celebrò una festa ed erano stati invitati anche tutti i sacerdoti. La superiora la presentò a Joel: “Questa è Suor Ananda, maestra e infermiera dall’India. Sarà parte della nostra comunità”. Mio Dio, era affascinante anche se non proprio bella. Nonostante le apparenze non doveva essere tanto giovane, ma c’era un qualcosa che non poteva non essere notato: Il suo corpo piccolo ed esile ma perfetto? No! Era qualcos’altro: gli occhi profondi e il sorriso mostravano una gioia interiore che non aveva nulla di affettato né di timoroso. Questa religiosa doveva avere qualcosa dentro che la rendeva libera e sicura di sé.
Joel superò l’imbarazzo iniziale e disse: “Bene, avremo certamente occasione di conoscerci”. Poi aggiunse: “Ricordati che quando si va a lavorare in un paese straniero si va per restarci fino alla morte”.
Perché aveva detto questa frase? Forse perché in quegli occhi aveva improvvisamente visto la gioia che a lui mancava?!, la gioia di lavorare dove si trovava?!. Nonostante l’episodio fosse avvenuto quando era sacerdote solo da sei anni la Siria non era il primo paese a cui era stato assegnato, bensì il quarto. Tutte le esperienze precedenti erano state turbolente. In Siria si era trovato abbastanza bene, ma dentro di sé non aveva ancora accettato di essere lì; sentiva il disagio di chi fugge dal suo passato e si rammarica di essere fuggito.
Anche il modo di confessarsi di Ananda, agli inizi, lo aveva infastidito. Lui riteneva che le sue confessioni fossero troppo limitate, iniziava sempre con un brano della Sacra Scrittura e il suo esame si limitava a quanto vi trovava in esso. E gli altri peccati? Poi pian piano aveva capito che per Ananda la parola di Dio era la guida della giornata. Dio le faceva capire il cammino da fare ogni giorno per migliorare se stessa. Non era necessario cercare di cambiare tutto di colpo ma lentamente e con costanza. Inoltre aveva scoperto che il problema stava soprattutto in lui stesso. Egli desiderava scoprire dei punti deboli nella personalità dell’altra, dei punti a cui attaccarsi, non tanto esternamente, quanto con le sue fantasie, con i suoi desideri. La serenità della suora era ogni volta uno schiaffo ai rimorsi che lui si portava ancora dietro. Possibile che lei non abbia mai sbagliato? Il che significava: possibile che solo io abbia sbagliato?
Ricordava poi, l’imbarazzo interiore che provava quando qualcuno parlava di Ananda. Certamente era il tipo di persona che non poteva passare inosservata e quindi la sua presenza aveva messo a disagio non poche persone, però lui sentiva verso di lei un’attrazione che non aveva saputo spiegarsi. Forse era la sua libertà interiore cosa che in quei tempi a lui mancava. Quante volte in cuor suo aveva desiderato Ananda, desiderato che fosse sua, parte integrante della sua vita, sua totalmente come donna, come persona, come compagna e come provocatrice. Questo suo desiderio, invece di avvicinarlo a lei, lo teneva distante, coperto di pudore o meglio di paura. La presenza di Ananda riapriva ferite che non si erano ancora totalmente rimarginate. In pubblico si destreggiava bene e riusciva a far vedere che essa era una suora come tante, ma più il tempo passava, più questa presenza diventava ingombrante, ingombrante spiritualmente.
In un anno erano diventati buoni amici, nel loro lavoro capitava spesso di vedersi e la suora non perdeva occasione di mostrare apprezzamento per le cose belle e al tempo stesso richiamare quelle errate; un atteggiamento aperto che spesso aveva creato delle difficoltà in comunità, una spina che pungeva ma alla quale nessuno voleva rinunciare. Naturalmente tutte queste difficoltà e le conseguenti gelosie si riversavano nel confessionale di Joel da cui tutte le suore andavano ogni quindici giorni e lui con calma cercava di ricucire, incoraggiare al bene e alla pazienza. Ma quando la penitente era Ananda, era difficile penetrare il suo orgoglio, un muro alto e inattaccabile con cancelli aperti solo come e quando voleva lei. Non c’erano dubbi, era lei la padrona della sua vita e questo Joel lo sapeva, e proprio per questo, ogni volta provava a scalfire questo muro in cerca di un punto d’aggancio. Lei sapeva essere allegra con tutti, ma per ognuno c’era un limite preciso.
L’occasione per un aggancio venne e fu un dono della Provvidenza. Un gruppo di suore di Aleppo organizzò un pellegrinaggio al monte Sinai e chiesero a Joel di essere la loro guida. Lui accettò volentieri. Quando andò a visitare il convento della misericordia, lanciò la provocazione alla Superiora: “Suor Amedea, il mese prossimo io devo accompagnare un gruppo di religiose in un pellegrinaggio sulle orme di Mosè, perché non vi unite anche voi così facciamo una bella comitiva”.
Ananda non si fece sfuggire l’occasione: “Eh sì, Superiora, tanto più che io quest’anno festeggio il venticinquesimo di professione, mi deve fare questo regalo”. Suor Amedea era un’abile diplomatica, ma anche un po’ restia a spendere soldi, quindi non volle sbilanciarsi pubblicamente; se la cavò dicendo: “Questo comporta una spesa un po’ grossa, dovrò consultare la provinciale”.
La superiora provinciale era di tutt’altra pasta, molto più affettuosa e materna. Mentre Suor Amedea sperava in un no, Ananda seppe strappare il sì. La risposta quindi arrivò: Al pellegrinaggio parteciperà solo Ananda, dato che è il suo giubileo.
La comitiva era allegra e non troppo numerosa, nove persone in tutto; il viaggio fu lungo ma bello: i paesaggi del deserto della Giordania, il Mar Rosso, poi il deserto del Sinai fino al monastero di Santa Caterina, ai piedi del monte, dove si fermarono in un Hotel. Ora che tutti erano felici Joel ne approfittò per avvicinarsi di più ad Ananda. Durante la lunga salita fatta sotto il sole cocente del pomeriggio e la corrispondente discesa fatta col buio della notte il gruppo si spezzettò a secondo del passo di ognuno e quindi nessuno trovò strano che i due procedessero assieme. Il dialogo spaziò su molti argomenti cari ad entrambe, la vita comunitaria, le idee che circolano in congregazione, un modo più moderno di concepire i voti e la propria spiritualità, il dialogo con le altre religioni specialmente l’Islam e l’Induismo. Ci fu subito piena consonanza.
Il giorno dopo, il programma riservava un po’ di relax in riva al mare, e così anche lì, guarda caso, i due si ritrovarono sulla spiaggia mentre gli altri riposavano. Joel aveva portato con sé un po’ di fotografie, bagaglio inusuale e ingombrante per uno in pellegrinaggio al monte Sinai, ma non per chi vuol approfondire un’amicizia, e così il dialogo ripartì. Questa volta iniziò dagli anni trascorsi da Joel in Thailandia, per risalire alla storia della sua vocazione.
“Vedi queste foto? Questa è la zona in cui andammo ad aprire una missione. Fu un’esperienza bellissima ma difficile. Era la prima volta che mi trovavo nel pieno dell’attività apostolica. Mi lasciai subito trasportare dalla voglia di fare, dalle mille richieste che venivano, e in poco tempo esaurii tutta la mia carica. Quello che mi dava più fastidio era un gruppo di persone che io definirei ‘mafiosi’, i quali approfittavano degli altri per i loro interessi e riuscivano anche a mettere tutti contro di noi nonostante che fossimo lì solo per aiutarli. Ufficialmente apparivano i più grandi collaboratori, ma in pratica erano coloro che bloccavano tutte le iniziative in cui non avevano pieno controllo.
Un’altra cosa difficile fu la diversità di idee con il mio direttore. La zona era povera e le esigenze molte. Lui diceva – se costruiamo le strutture, la chiesa, un asilo, un salone, una scuola, eccetera, la gente verrà, e sarà possibile cominciare l’evangelizzazione-. Io la pensavo diversamente. – Cominciamo a vivere con questa gente; man mano che le esigenze vengono fuori le presentiamo a loro perché siano loro a fare, con tutto il nostro aiuto. Questo richiederà molto più tempo ma formerà un gruppo di base molto più forte -. Alla fine da Roma i superiori dovettero decidere e naturalmente preferirono appoggiare il direttore e richiamare me in Italia”.
Ananda ascoltava attentamente e qui intervenne: “Deve essere stato duro lasciare tutto questo e rientrare in Italia”.
“Sì, lo fu”, replicò lui, “fu come vedere crollare in un solo istante il sogno di tutta una vita, lo scopo per il quale avevo lottato per anni. Quando io ero un ragazzino di dieci anni, avevo un amico sacerdote. Un giorno venne a salutarmi perché era in partenza per il Perù. La mia fantasia volò subito a quel paese lontano, ai monti alti, alla foresta fitta, agli indigeni e fu subito amore a prima vista, tanto che esclamai: - Vengo anch’io-. Lui sorrise e mi rispose: - Ora sei piccolo, devi studiare, diventare prete come me e poi, a Dio piacendo, mi raggiungerai -. Quello che sembrava a tutti, il sogno di un bambino diventò un proposito fermo di vita. Entrai in seminario, completai tutti gli studi, passai al noviziato, poi alla filosofia. In quell’occasione mi feci vivo dal padre provinciale con la mia richiesta: - Padre, vorrei che lei mi mandasse per i due anni di esperienza pratica, in missione -. Lui rispose che andava bene e io felice vidi il mio sogno divenire vero. Dopo pochi mesi il superiore ritornò dicendo: - Ho una brutta notizia per te. I responsabili di Roma ritengono che tu sia ancora troppo giovane per la missione, per cui dovrai accontentarti dell’Italia. Nei due anni di esperienza pratica il provinciale riaccese le speranza dicendo – Che ne pensi se ti mando un’estate in Africa?- Naturalmente ero entusiasta, ma ancora una volta a Roma rifiutarono.
Infine andai a studiare teologia. Lì ebbi l’unica crisi del mio percorso; proprio alla vigilia della domanda per la professione perpetua, mi innamorai di una ragazza molto capace e attiva. Allora fu un fatto del tutto interiore, che non confidai mai all’interessata. Ebbi paura ad affrontare apertamente il problema, preferii fare tutto da solo. Motivi per rimanere o per andarmene ce n’erano tanti, o forse non ce n’era nessuno, quindi per rispondere mi aggrappai al progetto iniziale. Avvicinai l’incaricato generale per le missioni, gli esposi il mio desiderio di lavorare in un paese del terzo mondo e lui mi rispose semplicemente: - Quest’estate ti mando a Lione in Francia, dove c’è un corso di tre mesi di medicina tropicale, e questo sarà il primo passo -. Al momento di partire, l’incaricato si riavvicinò e mi disse: - C’è un piccolo cambiamento di programma. Ho bisogno di mandare padre Felice a quel corso in Francia, in compenso, a Zurigo c’è un corso di un mese sull’inculturazione al quale dovevo partecipare io, vorrei che ci andassi tu perché io sono impegnato -. Ancora una volta una porta che sembrava aperta si stava chiudendo, pur lasciando uno spiraglio di luce. Questa piccola apertura fu sufficiente per dire a me stesso: Mi butto. La vita sacerdotale non mi attirava più di tanto ma volevo lo stesso fidarmi di Dio e così feci domanda di emettere i miei voti perpetui e continuai nel mio curriculum. Le sorprese non erano finite. Due settimane dopo la professione, il superiore Generale stesso mi chiamò nel suo ufficio. – Joel, mi disse, abbiamo intenzione di aprire una nuova missione in India e vorremmo che tu faccia parte del team iniziale. Ti manca ancora un anno e mezzo prima di essere ordinato sacerdote. Se tu accetti, quest’estate ti mando a Londra a studiare un po’ di Inglese, poi torni, completi gli studi e subito dopo parti. Il Signore stava cominciando a premiare la mia fedeltà. Di fatto andai in Inghilterra, poi tornai a Roma, conclusi gli studi a pieni voti, fui ordinato sacerdote e preparai le valigie. Mi chiamò il provinciale: - Joel, un piccolo cambiamento di programma. In India il governo non ci vuole e quindi i superiori stanno volgendo i loro sguardi altrove, nel frattempo vorrei che ti inserissi nella parrocchia di Varese -. Dal mondo mitico dell’India ad una parrocchia a 100 chilometri da casa mia, appena al di là del confine: c’era un po’ di differenza. Ma io accettai sapendo che non poteva finire così. Di fatto il progetto India si trasferì solo di qualche migliaio di chilometri e dopo un anno sbarcammo a Bangkok dove si schiuse davanti a me, concretamente, tutto quel mondo che in 18 anni avevo costruito nella mia mente. Capisci ora cosa voleva dire, dopo tre anni, doverne ripartire da sconfitto? In poco tempo avevo bruciato 18 anni di sogno. Non ero più io, capivo che dovevo ricominciare un’altra vita. Come? Dove? L’unica cosa era seguire i consigli dei superiori”.
Il viaggio di ritorno in Siria, nonostante fosse lungo, fu bello. Imbarcati al pomeriggio su un battello da Nuweba, attraversarono il mar Rosso fino ad Aqaba, dove arrivarono proprio al tramonto. Lungo le quattro ore di traversata i due rimasero appoggiati alla ringhiera a godersi il paesaggio. Stavolta fu Ananda a parlare della sua vita. Lei ancora giovane ragazza aveva vinto una gara della scuola cattolica della sua città e questo le permise di vedere il vescovo al quale, espose il desiderio di diventare suora. Il Vescovo si prese l’incarico di cercare una congregazione europea dove Ananda avrebbe ricevuto la formazione seria, e così entrò in contatto con le Suore della Misericordia, da poco sbarcate in India. Unica figlia femmina, con quattro fratelli, il padre era molto affezionato a lei e non voleva lasciarla andare, ma dietro le sue insistenze, la natura paterna cedette e Ananda, non ancora maggiorenne partì per l’Italia.
I vincoli familiari molto forti e la vita semplice della cittadina di provincia avevano inciso profondamente l’animo di Ananda, che non vedeva l’ora di poter tornare a lavorare tra i bambini poveri della sua terra. Ma quest’ora sembrava tardare sempre più. Prima dovette finire gli studi magistrali, poi quelli infermieristici e poté tornare solo dopo oltre dieci anni. L’esperienza durò poco, ma fu intensa. Si trattò di aprire una piccola scuola in un villaggio dell’estremo sud del paese. La salute di Ananda non era delle più forti, e lei certamente non si risparmiava; così dopo tre anni dovette cedere e tornare in Italia. La scusa portata dalle superiore nel richiamarla fu: per completare gli studi di Teologia.
Durante quel colloquio ammirando il mar Rosso lei espresse le sue perplessità sul modo di portare avanti il discorso nelle missioni. “Vedi Joel, le nostre suore, in missione, spesso dimenticano il rispetto per la cultura in cui sono inserite e si limitano ad applicare alla lettera schemi che hanno imparato anni prima in Italia. Anzi, le nuove suore, in Italia si aggiornano continuamente, mentre queste sono ancora ferme agli schemi vecchi. Non è giusto che si formino le nuove vocazioni arabe in questo modo. Le ragazze hanno diritto ad avere una formatrice locale, invece non c’è verso che le italiane mollino il potere.
Ai tempi in cui io fui incaricata della nuova fondazione in India hanno visto la libertà con cui mi muovevo, sta tranquillo che non mi metteranno mai più come superiora e, comunque, io non accetterei mai più di esserlo. Le ragazze che abbiamo in casa, sono tutte attaccate a me che parlo pochissimo la loro lingua, ma non sopportano le altre che sono qui da vent’anni. Con che entusiasmo arriveranno a consacrarsi al Signore e a lavorare per i poveri?”.
Ananda esponeva con ardore l’argomento e Joel ne constatava la verità ogni volta che si recava non solo in quella comunità, ma in ognuna delle sette che seguiva sparse in tutta la regione.
Tra i due si era ormai creata una simpatia che era radicata sulla conoscenza delle sofferenze dell’altro, un tipo di simpatia che lega profondamente le persone.
Il mattino successivo arrivarono a casa con questo seme nel cuore, seme destinato a far germogliare una pianta dalle radici profonde e dai rami rigogliosi.
...
Joel si scosse dai pensieri lontani. Ora si trovava distante da Ananda, ma era incredibile come lei fosse ancora così presente nella sua vita.
Spense la luce e si affidò al sonno ristoratore.

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